ASSEGNO DI DIVORZIO: LA CASSAZIONE CAMBIA TUTTO

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La Cassazione Civile, prima sezione, con la sentenza n. 11504 depositata il 10 maggio 2017, muta radicalmente il proprio orientamento in materia di assegno divorzile. La Suprema Corte ha ritenuto non più attuale la precedente posizione che utilizzava come parametro per la determinazione dell’assegno di divorzio il “tenore di vita” goduto dal coniuge in costanza di matrimonio ed ha individuato come nuovo criterio quello dell’”autoresponsabilità economica”.

Il divorzio è disciplinato dalla L. n. 898/1970 e viene pronunciato quando il giudice “accerta che la comunione  spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita”. L’art. 5 della stessa legge  stabilisce che il tribunale “dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Da molti anni la giurisprudenza ha utilizzato come criterio, per valutare l’adeguatezza dei mezzi, il “tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio dal richiedente, determinando in taluni casi un illegittimo arricchimento di quest’ultimo.

Con la pronuncia in oggetto, la Cassazione ha spiegato che, con il divorzio, il rapporto matrimoniale si estingue sia sul piano personale sia su quello economico – patrimoniale. Ancorare l’assegno al criterio del “tenore di vita” significa, seppur solo sotto il profilo del mantenimento, riconoscere una sorta di “ultrattività” del vincolo matrimoniale”.

Diversa è invece la ratio dell’assegno di divorzio, sostiene la Corte, consistendo nella tutela della parte economicamente più debole, che viene ad essere presa in considerazione come “singola persona” e non come parte di un rapporto matrimoniale. La funzione che l’assegno deve assolvere è perciò esclusivamente assistenziale e trova fondamento costituzionale nel dovere di “solidarietà economica” (art. 2 in relazione all’art. 23 Cost.).

Alla luce di tali considerazioni la Corte ha oggi indicato un nuovo percorso che meglio si adatta alle attuali esigenze e al cambiamento del sentire e del costume sociale.

Il giudice del divorzio dovrà dapprima accertare se sussiste un diritto del richiedente a ricevere l’assegno di divorzio e solo successivamente determinarne il quantum. Quanto al primo requisito la Corte specifica che si dovrà verificare se la domanda del richiedente rispetta le condizioni di legge, ovvero la mancanza di “mezzi adeguati” o comunque l”’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive”, e individua alcuni indici utili ai fini di tale accertamento (possesso di redditi di qualsiasi specie, possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, capacità e possibilità effettive di lavoro personale, stabile disponibilità di una casa di abitazione). Soltanto in caso di esito positivo si potrà procedere con la quantificazione dell’assegno, che sarà guidata dai criteri indicati dall’art. 5 della L. n. 898/1970 (“[…]condizioni dei coniugi, […] ragioni della decisione, […] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune […]”).

La sentenza della Suprema Corte ha indubbiamente determinato una rottura con il passato e ha dato risposta a numerose istanze che si sono innalzate in tema di divorzio. Si ricorda tuttavia che si tratta di una singola pronuncia che esprime un indirizzo nuovo che non necessariamente sarà seguito in ciascun giudizio di divorzio, essendo sempre necessaria una valutazione del singolo caso concreto.

Si tenga ben presente che quanto detto vale solo per l’assegno di divorzio e non per l’assegno di separazione, come ben specificato dalla stessa Corte di Cassazione con l’ancor più recente sentenza n. 12196 del 2017, su ricorso presentato da Silvio Berlusconi per la modifica dell’assegno di separazione proprio in virtù della sentenza in questione, n. 11504/2017.

Infatti, ricorda la Suprema Corte “la profonda differenza fra il dovere di assistenza materiale fra i coniugi nell’ambito della separazione personale e gli obblighi correlati alla cd. “solidarietà post-coniugale” nel giudizio di divorzio: nel primo caso, il rapporto coniugale non viene meno, determinandosi soltanto una sospensione dei doveri di natura personale, quali la convivenza, la fedeltà e la collaborazione; al contrario, gli aspetti di natura patrimoniale … non vengono meno, pur assumendo forme confacenti alla nuova situazione.

In altri termini, separazione e divorzio sono due situazioni di fatto e giuridiche diverse, in quanto nella separazione i separati sono ancora marito e moglie e solo con il divorzio cesseranno di esserlo. In particolare gli aspetti di natura patrimoniale connessi al matrimonio non vengono meno con la separazione ma solo con il divorzio.

Pertanto l’assegno di separazione e quello di divorzio si fondano su presupposti diversi e  non si può quindi chiedere la modifica dell’assegno di separazione solo sulla base della modifica, sopra descritta, dell’orientamento giurisprudenziale in materia di assegno divorzile.

Di seguito le due sentenze:

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Corte-di-Cassazione-Sentenza-n.-12196-20171

Dott. Marta Manzoni

Avv. Roberto Loffredo

 

Disastri ambientali alla Corte di Strasburgo

Petrolchimico Marghera

Dallo scandalo dell’Ilva di Taranto, ai terreni contaminati dallo stabilimento chimico Caffaro a Brescia, ai fumi tossici che stanno soffocando i cittadini di Pomezia e dintorni in questi giorni: da nord a sud, ed ora anche la centro, la nostra Penisola è devastata dai disastri ambientali.

Un ulteriore triste conferma dell’italica incapacità di attuare in via preventiva quelle misure precauzionali essenziali per tutelare la salute dei cittadini dalle devastazioni ambientali, sempre più frequenti.

Quel che è peggio, però, è che al danno si aggiunge la beffa (si fa per dire, perché non c’è affatto da scherzare) della mancanza di tutela effettiva, rimanendo per lo più ignoti o impuniti i responsabili.

Che fare, nel caso, non infrequente, in cui i processi si risolvano in un nulla di fatto?

Benché la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) non preveda un autonomo diritto alla salubrità dell’ambiente, la Corte di Strasburgo ha comunque accordato tutela alle vittime dei danni ambientali, attraverso la sua interpretazione evolutiva delle norme della Convenzione.

In particolare, a seconda del tipo di danno provocato dalle attività inquinanti, è stato invocato dalle vittime la violazione del diritto alla vita (art. 2 CEDU) o del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU). Attraverso l’analisi della giurisprudenza della Corte EDU è possibile individuare gli attuali obblighi degli Stati nell’ambito della protezione dell’ambiente.

Nel caso Lopez Ostra c. Spagna (n. 16798/1990) la vittima, che viveva nei pressi di un impianto per il trattamento degli scarti da concerie, lamentava che le esalazioni di gas e degli odori provenienti dal suddetto impianto avessero causato gravi problemi di salute alla sua famiglia. In particolare, dall’apertura dello stabilimento la figlia della ricorrente aveva incominciato a soffrire di gravi problemi respiratori legati ad un costante stato di stress e ansia, costringendo la famiglia a traslocare in una nuova abitazione, distante dall’impianto inquinante. Inizialmente, la signora Gregoria Lopez Ostra si era rivolta al Tribunale Amministrativo locale, chiedendo la chiusura dell’impianto inquinante nonché il risarcimento per i danni subiti ed in seguito si era appellata anche alla Corte Suprema e alla Corte Costituzionale spagnola, purtroppo sempre con esito negativo. Al termine di un iter giudiziario durato oltre 10 anni, nel 1990 portava il caso avanti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte, pur riconoscendo la gravità delle condizioni di vita a cui i ricorrenti erano sottoposti, non ha ritenuto si trattasse di trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 CEDU, ma aveva riqualificato il fatto accertando la violazione dell’articolo 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

La Spagna è stata condannata per non aver saputo realizzare un equo bilanciamento tra due interessi contrapposti. Da un lato, è meritevole di tutela l’interesse della collettività ad avere un impianto di depurazione, in modo da diminuire l’inquinamento e per favorire l’economia locale; dall’altro, i cittadini che abitano nei pressi dell’impianto hanno diritto ad un ambiente salubre e, di conseguenza, al rispetto e tutela della loro vita privata e familiare.

Da questo bilanciamento di interessi in conflitto deriva un obbligo positivo in capo allo Stato: il dovere di porre in essere tutti gli accorgimenti necessari per scongiurare che la messa in funzione di questi impianti abbia conseguenze negative spropositate sulla vita privata e familiare e sul diritto al godimento dell’abitazione dei singoli cittadini. La Spagna pertanto, non essendo riuscita ad attuare tale bilanciamento, veniva condannata a pagare una somma di denaro alla ricorrente a titolo di equa riparazione per la violazione subita.

Un altro leading case è rappresentato dalla decisione Guerra e altri c. Italia (n.116/1996/735/932) che trae origine dal ricorso presentato nel 1996 da 40 cittadine del comune di Manfredonia (BA), situato ad appena un chilometro dal Petrolchimico ANIC, stabilimento specializzato nella produzione di nylon e fertilizzanti. Le ricorrenti denunciavano che nel 1976 lo scoppio di una colonna di arsenico del suddetto stabilimento aveva causato l’emissione di grandi quantità di gas infiammabile e sostanze tossiche, con gravi effetti per la popolazione e senza che lo Stato avesse informato adeguatamente i cittadini dei rischi connessi. Nel 1985 veniva aperto un procedimento penale nei confronti dei dirigenti del petrolchimico che, tuttavia, vennero assolti definitivamente dalla Corte d’Appello di Bari nel 1994. Le donne di Manfredonia, insoddisfatte dell’esito della giustizia italiana, presentarono dunque ricorso alla Corte EDU, con esiti ben diversi. La Grande Camera ha infatti riconosciuto la violazione dell’articolo 8 CEDU, individuando un importante obbligo “procedurale” di informazione a cui l’Italia è venuta meno. Dal dovere di proteggere il diritto al rispetto della vita privata e familiare, contenuto nell’articolo 8 CEDU, discende anche l’obbligo di informare adeguatamente la popolazione in merito ai rischi potenziali di vivere in un territorio esposto al pericolo inquinamento. La Corte ha accertato che il Governo italiano, a 20 anni dall’incidente, non aveva ancora comunicato alla cittadinanza locale un piano per la prevenzione e la gestione delle emergenze ed ha pertanto condannato l’Italia a liquidare a ciascuno delle 40 ricorrenti 10.000.000 di lire a titolo di equa soddisfazione per i danni non patrimoniali subiti. A seguito di questa sentenza lo stabilimento venne chiuso e  l’azienda fu costretta ad occuparsi della bonifica del territorio e della rimozione dell’intero impianto.

Il ragionamento della Corte si evolve ulteriormente quando i disastri ambientali hanno conseguenze dirette sul diritto alla vita dei cittadini. Nel caso Oneryildiz c. Turchia (n. 48939/1999), il ricorrente lamentava le negligenze dell’autorità pubbliche per l’esplosione di una discarica, causata dal metano prodotto dai rifiuti, che aveva provocato la morte di 40 persone tra cui 9 componenti della sua famiglia. Inoltre, si denunciava la totale ineffettività dei procedimenti giudiziari interni: il procedimento penale si era concluso con l’assoluzione degli imputati, mentre il processo civile aveva accordato dei risarcimenti irrisori alle vittime. La Corte ha dichiarato la violazione sostanziale dell’art. 2 CEDU poiché lo Stato, pur conscio di un pericolo immediato e reale, non aveva compiuto gli sforzi necessari per prevenire l’esplosione e impedire la perdita di molte vite umane. Con questa sentenza la Corte ha affermato due principi importanti: 1) il dovere dello Stato di adottare un quadro legislativo ed amministrativo adeguato a proteggere le vita dei cittadini da qualunque tipo di minaccia, che nel caso di attività pericolose si era concretizzato anche nel dovere di informare adeguatamente i cittadini. 2) l’obbligo di garantire la punizione e la repressione delle violazioni delle leggi vigenti nell’ordinamento.

Per tale ragione la Corte condannava la Turchia a risarcire il ricorrente e ciascuno dei suoi figli sopravvissuti rispettivamente con 45.000 e 34.000 euro.

Infine, è interessante osservare il ragionamento adottato dalla Corte EDU nel caso Di Sarno e altri c. Italia, n. 30765/2008 (Sentenza Di Sarno) riguardante il problema dello smaltimento dei rifiuti nella periferia di Napoli tra il 2007 e il 2008. I 18 cittadini della città di Somma Vesuviana avevano adito direttamente la Corte EDU, senza prima rivolgersi ai tribunali nazionali, affermando che i ricorsi previsti dal diritto italiano non offrivano alcuna possibilità di ottenere una soluzione per la “crisi dei rifiuti”. La Corte ha ricordato in primo luogo che l’obbligo di esperire preventivamente i rimedi interni disponibili sussiste solo se questi sono, sia in teoria che in pratica, sufficienti ad ottenere la riparazione del danno lamentato e presentano ragionevoli prospettive di esito favorevole. La Corte ha quindi giudicato il ricorso procedibile osservando che, seppur i ricorrenti avessero adito i tribunali nazionali, non avrebbero comunque potuto ottenere la soddisfazione delle loro domande, ovvero la rimozione dei rifiuti. In particolare la Corte ha accolto la tesi degli attori che rilevavano come benché la “crisi dei rifiuti” perdurasse in Campania dal 1994, non era stata ancora emessa nessuna decisione giudiziaria che riconoscesse la responsabilità civile o penale delle autorità pubbliche o delle imprese che gestivano lo smaltimento dei rifiuti.

La Corte ha poi accertato che i ricorrenti avevano subito un deterioramento della qualità della loro vita, con grave pregiudizio del diritto al rispetto della vita familiare, poiché costretti a vivere in un ambiente inquinato nel periodo in cui la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti non era operativo. Partendo dal presupposto che la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono qualificabili come attività pericolose, la Corte dichiara la violazione dell’art. 8 CEDU, anche se i ricorrenti non avevano dimostrato di aver contratto nessuna patologia a causa dell’esposizione ai rifiuti. La Corte in questo modo sembra interpretare l’articolo 8 CEDU alla luce del principio di precauzione, tipico del diritto internazionale dell’ambiente. In base a tale principio, l’incertezza scientifica riguardo gli effetti negativi sull’ambiente di una certa attività non può giustificare la mancata adozione di misure adeguate a proteggere l’ambiente. Ne consegue che lo Stato ha dei margini di apprezzamento più ridotti nella scelta delle misure da adottare per adempiere ad obblighi positivi previsti dall’art. 8 della Convenzione.

Da questa analisi emerge come i danni alla persona prodotti da fenomeni di alterazione dell’ambiente siano frequentemente ricollegati dalla Corte EDU alle violazioni dell’articolo 8 della Convenzione. In questo modo, l’area di risarcibilità dell’individuo leso è stata allargata anche alle ipotesi di inquinamento di entità minore, cioè nei casi in cui non è direttamente a rischio la salute e l’integrità fisica della persona.

Tra il 2013 e il 2015 diversi cittadini della città di Taranto hanno presentato dei ricorsi davanti alla Corte di Strasburgo, accusando l’Italia di non aver protetto la vita e la salute dei cittadini dagli effetti nocivi delle emissioni dell’impianto Ilva. Il 17 maggio 2016 la Corte EDU ha ritenuto sufficientemente solide le prove presentate in via preliminare, aprendo il procedimento contro lo Stato italiano. Il nostro studio seguirà con vivo interesse l’evoluzione del processo augurandosi che l’Italia nel frattempo adotti tutte le misure necessarie per evitare profili di impunità e per garantire una tutela effettiva alla vittime dei danni ambientali.

Avv. Massimo Dragone

Dott. Giovanni Fassina

 

Morte del neonato dopo il parto: accolte le richieste dei familiari

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La Corte d’appello di Venezia, dopo un complesso iter processuale, ha accolto le richieste dei difensori delle parti civili, Avv.ti Renato Alberini, Massimo Dragone e Roberto Loffredo, ribaltando il verdetto di primo grado.

Il ginecologo è stato condannato al risarcimento dei danni a favore dei familiari del bambino unitamente all’azienda ospedaliera di Venezia.

La vicenda ha avuto particolare risonanza mediatica; alleghiamo i relativi articoli di stampa:

Il Gazzettino Morte del neonato paga il medico

La Nuova Venezia Neonato morto maxi sanzione per medico e Usl

Corriere del Veneto morto nel parto medico colpevole

 

What does Brexit mean for Human Rights? Sulle conseguenze della Brexit relativamente alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

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In questi mesi abbiamo più volte sentito importanti media nazionali riportare la notizia secondo la quale la prossima uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la c.d. “Brexit”, determinerà come conseguenza la disapplicazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la conseguente cessazione della giurisdizione della Corte di Strasburgo in terra britannica.

Corrispondono tali affermazioni al vero?

Short answer: no, they don’t! Queste notizie non rappresentano in modo veritiero la realtà giuridica dei fatti, creano disinformazione e dimostrano una scarsa conoscenza delle norme internazionali a protezione dei diritti umani da un lato, e del sistema giuridico-istituzionale dell’Unione Europea dall’altra.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Il 29 marzo scorso l’ambasciatore britannico a Bruxelles ha presentato a Donald Tusk, presidente del Consiglio degli Stati membri dell’Unione Europea (UE), la lettera firmata dal primo ministro inglese, Theresa May, con la quale la stessa notificava la volontà di azionare l’art. 50 dei Trattati dell’Unione Europea, così manifestando ufficialmente la volontà del Regno Unito di recedere unilateralmente dall’UE. Come noto, a seguito di tale notifica sono stati ufficialmente avviati i negoziati tra Londra e Bruxelles, volti a concludere un accordo che definisca in modo quanto più puntuale possibile le modalità di recesso. Pertanto a decorrere dalla data di entrata in vigore di tale accordo – o allo scadere dei due anni dei negoziati – il diritto dell’Unione Europea, comprensivo dei trattati istitutivi e del c.d. diritto derivato, formalmente cesserà di essere direttamente applicabile nel paese interessato.

Leggendo la lettera di Theresa May (UK letter Tusk Art50) ci si accorge però che in essa non vi è alcun riferimento ad un’eventuale e futura disapplicazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani come conseguenza della Brexit. Ciò non deve stupire: infatti l’Unione Europea e la Convenzione Europea fanno riferimento a due sistemi giuridici e politico-istituzionali distinti e autonomi.

Infatti, l’Unione Europea è quella organizzazione politica intergovernativa-sovranazionale sorta nel 1992 con i Trattati di Maastricht dopo un lungo cammino iniziato nel 1957 con i Trattati Istitutivi della Comunità Economica Europea, con l’obiettivo, come ricorda l’art. 2 del Trattato di Roma, di creare un mercato comune e favorire la trasformazione delle condizioni economiche degli scambi e della produzione nella Comunità. Ad oggi l’Unione Europea comprende 28 Stati membri che hanno stipulato un assetto istituzionale unico e articolato, il quale ricomprende tra gli altri organi il Parlamento, la Commissione, la Banca Centrale, il Consiglio, la Corte dei Conti e la Corte di Giustizia, quest’ultima con sede a Lussemburgo. C’è da aggiungere che lungo il corso dei decenni gli Stati membri hanno attribuito all’Unione sempre maggiori competenze, che attualmente spaziano dagli affari esteri alla difesa, alle politiche economiche, all’agricoltura, al commercio e alla protezione ambientale. Senza dimenticare che ad oggi l’Unione Europea dispone di una competenza specifica anche in tema di diritti umani, grazie alla formulazione nel 2007 della Carta dei diritti fondamentali, un tempo nota come “carta di Nizza”, attualmente strumento giuridico pienamente vincolante sia per le istituzioni europee che per gli Stati membri.

DA NON CONFONDERE l’Unione Europa con il Consiglio d’Europa! Il Consiglio d’Europa (CoE) è la prima organizzazione internazionale a carattere regionale sorta in Europa dopo la II guerra mondiale, istituita con il Trattato di Londra, firmato il 5 maggio 1949. Obiettivo principale di tale organizzazione è quello di promuovere e proteggere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto per favorire la stabilità democratica in Europa e il suo sviluppo socio-economico. Il CoE comprende ben 47 Stati segnatari – tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, più alcuni Stati della regione euroasiatica, tra i quali spiccano per importanza Russia e Turchia. Anche il CoE comprende al suo interno una complessa architettura istituzionale, fra le quali degni di nota sono il Comitato dei Ministri, l’Assemblea parlamentare e un Segretariato Generale. Fin dalla sua istituzione nel 1949, il Consiglio d’Europa ha avvertito l’esigenza di dare all’Europa un simbolo nel quale i popoli europei potessero identificarsi. Il 25 ottobre 1955, l’Assemblea parlamentare sceglie all’unanimità un emblema di colore azzurro, raffigurante un cerchio di dodici stelle d’oro.

Ma in pratica, che cos’è il Consiglio d’Europa, e qual è la sua funzione?

Il CoE costituisce un importantissimo foro di diplomazia multilaterale, all’interno del quale gli Stati segnatari si incontrano per prevenire o risolvere controversie e promuovere azioni di standard setting, quali ad esempio l’adozione di strumenti giuridici internazionali e il monitoraggio della loro applicazione. A tal riguardo si pensi che dalla sua istituzione ad oggi sono stati adottati in sede di Consiglio d’Europa 220 tra convenzioni, carte, accordi e protocolli (http://www.coe.int/it/web/conventions/full-list). Alcuni tra gli strumenti giuridici essenziali in vigore sono ad esempio la Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (1987), la Convenzione sui Diritti dell’Uomo e la biomedicina (1997) e la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (2011).

Tuttavia il principale strumento giuridico del CoE è certamente la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali (CEDU, 1950), che ha istituito la Corte Europea dei Diritti Umani, con sede a Strasburgo (CtEDU). Fiore all’occhiello del Consiglio d’Europa, la CEDU rappresenta, come amava affermare il nostro più noto giurista internazionalista  Antonio Cassese, il sistema regionale di protezione dei diritti umani più avanzato sul panorama internazionale, al punto che essa può essere assunta a modello di tutela per le altre esperienze internazionali sorte a livello regionale (una fra tutte: la Convenzione Interamericana dei Diritti Umani, sul punto si veda il nostro precedente articolo ¡Ni Una Màs! No al femminicidio).

Ebbene tornando alla domanda in epigrafe, da quanto sopra illustrato risulta ben chiara la diversa natura e le distinte e peculiari funzioni assolte dalle due organizzazioni internazionali qui sommariamente descritte, ovverosia dell’Unione Europea da una parte e dal Consiglio d’Europa dall’altra. Da ciò non può che derivare la assoluta intangibilità della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dalle negoziazioni inerenti il recesso unilaterale del Regno Unito dall’Unione Europea, la Brexit.

Tuttavia ciò non esclude che il Regno Unito possa in un futuro non lontano, come più volte ha in passato paventato l’allora Ministro degli Interni e oggi Primo Ministro Theresa May (https://www.theguardian.com/politics/2016/apr/25/uk-must-leave-european-convention-on-human-rights-theresa-may-eu-referendum), denunciare la ratifica della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e recedere unilateralmente anche da questa organizzazione internazionale.

Dott. Stefano Trevisan

Avv. Massimo Dragone

 
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I MEDIA TORNANO SUI DANNI DA SANGUE INFETTO

Nei giorni scorsi lo Studio Legale dava notizia dell’importantissima sentenza del TAR Lazio con cui veniva abbattutto il paletto che precludeva l’accesso alle transazioni con lo Stato per chi avesse avuto un danno riconducibile ad una trasfusione anteriore al luglio del 1978. In questi giorni, la televisione, la stampa e i siti internet hanno ricordato le varie decisioni sullo scandalo del sangue infetto, dando in particolare risalto alla recentissima sentenza n. 2270 del 6 aprile 2017 con cui la Corte d’Appello di Roma ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Salute in relazione a numerosi contagi da sangue infetto nell’ambito di una causa di risarcimento danni proposta in via collettiva da centinaia di danneggiati (Corriere della Sera, Repubblica, Tgcom24).

Tutti gli assistiti dello Studio Legale che hanno partecipato a questa class action hanno visto accogliere le proprie ragioni dalla Corte d’Appello di Roma, che ha condannato il Ministero della Salute al risarcimento dei danni da quantificarsi in un successivo giudizio. Gli assistiti direttamente interessati verranno a breve convocati dagli avvocati dello Studio Legale.

Un’ulteriore buona notizia sul fronte risarcitorio e del riconoscimento della giustizia. Resta tuttavia l’amara considerazione che nessuna somma potrà mai compensare la perdita della salute o della vita stessa.