Il DL Lorenzin e le “scelte tragiche” del diritto – Un commento al ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato dalla Regione Veneto

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Il DL Lorenzin è legge, ma ciò è ben lungi da porre un punto fermo nella vexata questio delle vaccinazioni obbligatorie.

Già all’indomani dell’adozione del Decreto Legge la Regione Veneto aveva infatti preannunciato battaglia, promettendo di ricorrere alla Consulta affinché ne venisse dichiarata l’illegittimità costituzionale. Alla parola son seguiti i fatti: la Giunta regionale, nelle sedute del 13 e 23 giugno 2017, ha autorizzato la proposizione del ricorso, con contestuale affidamento dell’incarico di patrocinio. L’atto è stato depositato presso la cancelleria della Consulta il 21 luglio 2017 e pubblicato nella GU n. 32 del 9 agosto scorso (qui consultabile on-line).

 Nelle more del giudizio costituzionale, il presente contributo intende esaminare in via assolutamente sommaria e sintetica il contenuto del ricorso, per comprendere i diversi motivi di illegittimità costituzionale contestati ed evidenziare gli elementi di maggiore interesse in esso delineati.

In primo luogo va segnalato il particolare taglio critico del ricorso promosso dalla Regione, che afferma di voler contestare non tanto la validità dei programmi di vaccinazione, ma piuttosto i mezzi usati dal Governo (la decretazione d’urgenza), oltreché il bilanciamento così operato dal provvedimento tra il diritto alla salute della collettività da una parte e del singolo individuo dall’altra.

 I motivi di illegittimità costituzionale dedotti possono essere sinteticamente raggruppati in quattro categorie. Vediamoli più da vicino.

Come anticipato il primo motivo mira a denunciare l’insussistenza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art. 77 co. 2 Cost. per l’adozione del Decreto Legge da parte del Governo, scavalcando il ben più rigoroso iter parlamentare previsto dalla Costituzione per la formazione delle leggi. Si afferma infatti che, per quanto almeno attiene al territorio della Regione Veneto, non vi sarebbe alcuna emergenza di sanità pubblica idonea a giustificare i trattamenti sanitari obbligatori.

In tale passaggio si evidenzia uno dei punti focali del ricorso, con il quale si mettono in discussione le motivazioni scientifiche su cui il Governo aveva precedentemente fondato l’opportunità politica oltre che la legittimità costituzionale del provvedimento. Il team legale dei ricorrenti (formato dall’Avv. Zanon, l’Avv. Prof. Antonini e l’Avv. Manzi) infatti propone una rilettura critica delle raccomandazioni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva precedentemente rivolto al Governo italiano, con le quali quest’ultimo era stato invitato a prendere misure atte a garantire una copertura vaccinale del 95% per assicurare la c.d. “immunità di gruppo”.

Si ricorda, come spesso è stato recentemente riportato dai media, che per “immunità di gruppo” o “di gregge” ci si riferisce a quella soglia al di sopra della quale una determinata comunità dimostra una resistenza collettiva a un determinato agente patogeno.

Ebbene, secondo la Regione le percentuale di copertura vaccinale raccomandata dalla OMS per essere correttamente compresa deve intendersi quale “soglia ottimale” e non quale “soglia critica”. La differenza di significato risulterebbe non di poco conto, in quanto il 95% di copertura vaccinale rappresenterebbe secondo i ricorrenti un obiettivo a cui tendere, e non già un parametro al di sotto del quale si determinerebbe – automaticamente – l’insorgere di un rischio epidemico.

Oltretutto, si sostiene, il raggiungimento di tale soglia di copertura per tutti i dodici virus ricompresi nella legge opererebbe un’indebita generalizzazione, in quanto non terrebbe conte delle specifiche caratteristiche immunologiche dei diversi agenti patogeni individuati, né tanto meno rifletterebbe in modo corretto i diversi e molteplici fattori biologici, ambientali e socio-economici che possono determinare il contagio di ciascuna patologia. Secondo tale ragionamento l’adozione della decretazione d’urgenza risulterebbe pertanto “arbitraria e irragionevole”, in quanto fondata su valutazioni scientifiche errate, o quanto meno male interpretate.

Il secondo motivo di illegittimità incostituzionale dedotto in ricorso affronta probabilmente il nodo centrale della questione. Il ragionamento si rivolge all’interpretazione del secondo comma dell’art. 32, ai sensi del quale “Nessuno puo` essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non puo` in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Ed è proprio in relazione a tale principio, intrinsecamente legato al concetto di dignità umana, che assumerebbe rilievo costituzionale il principio di autodeterminazione della persona quale diritto fondamentale anche in ambito sanitario.

L’art. 32 secondo comma, argomenta la Regione Veneto, garantisce una delle massime espressioni di libertà dell’individuo e della dignità umana, quella di non essere sottoposti a cure o terapie che non siano liberamente scelte o accettate. Tale libertà può essere compressa “in caso di necessità per la salute pubblica”, ipotesi che i ricorrenti escludono si possa configurare in Veneto per quanto attiene agli agenti patogeni contemplati dalla Legge contestata.

A contrario vengono anzi elencati i risultati positivi ottenuti grazie alla Legge Regionale n. 7 del 2007, che si sostiene sia stata in grado di attuare un “percorso culturale di sensibilizzazione sociale” e di “strategia vaccinale basata sulla convinzione” e non su strumenti coercitivi.

Adducendo copiosa giurisprudenza della Corte Costituzionale, (fra le molte: sent. nn. 88/1979, n. 258/1994, n. 118/1996, n.332/2000 Sent. n. 207/2012) si individua così nel consenso informato del destinatario della prestazione sanitaria la chiave di volta per contemperare i diversi diritti costituzionali in conflitto, secondo un modello giuridico non solo nazionale, ma anche Europeo e internazionale. Assumono infatti primario rilievo nella argomentazione dei ricorrenti le norme contenute nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (artt. 1 e 3), nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (art. 8), nella Convenzione sui Diritti del Fanciullo (art. 24) e nella Convenzione di Oviedo sui Diritti dell’Uomo e la Biomedicina. In particolare, viene sottolineato come quest’ultimo strumento internazionale stabilisca il principio generale per cui “un trattamento sanitario può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio consenso” (Art. 5).

Gli ultimi due motivi di illegittimità costituzionale dedotti sono altresì degni di considerazione, anche se rivestono, ad opinione di chi scrive, un ruolo minore nelle argomentazioni del ricorso. Con il terzo motivo si deduce infatti la violazione dell’art.97 Cost. in combinato disposto con gli artt. 117 co. 3 e 118 Cost., in quanto le disposizioni impugnate avrebbero determinato una grave ingerenza nelle competenze regionali in materia di organizzazione e sul funzionamento del Servizio sanitario regionale. Vengono a tal fine sottolineati i numerosi e nuovi adempimenti a carico delle aziende sanitarie locali introdotte con la legge in esame, che sarebbero responsabili di incidere negativamente sulla capacità delle regioni nell’erogazione dei servizi pubblici. Tali obblighi imposti alle ULSS risulterebbero inoltre “norme di dettaglio”, in contrasto con quanto stabilito dalla Costituzione, la quale attribuisce allo Stato la potestà di intervenire in ambito sanitario definendo i soli principi costituzionali.

Con l’ultimo e quarto motivo di ricorso si deduce infine la violazione degli artt. 81 co. 3 e 119 co. 1 e 4 Cost., in quanto il provvedimento impugnato risulterebbe privo di adeguata copertura finanziaria. Risulta a tal riguardo di particolare interesse il riferimento alla legge n.210/1992, recante “Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati”. A tal riguardo va evidenziato come la giurisprudenza stessa della Consulta, nonché costante orientamento dei giudici di merito, abbiano esteso la platea dei beneficiari originariamente contemplati dalla L. 210/1992, includendovi i soggetti sottoposti a specifiche vaccinazioni non obbligatorie ma raccomandate e incentivate, quali l’antipoliomelite e l’antiepatite B, nonché le vaccinazioni contro il morbillo, la parotite e la rosolia. Per quanto attiene invece alla contestata legge in esame, i ricorrenti sottolineano come le norme impugnate non abbiano considerato il problema dei maggiori oneri che, dal punto di vista degli indennizzi, potrebbero derivare dall’estensione dell’obbligo vaccinale. Secondo tale ragionamento la legge impugnata difetterebbe pertanto del requisito costituzionale di cui all’art. 81 comma 4, secondo cui “Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.

In conclusione, il ricorso come qui sinteticamente esaminato presenta indubbiamente numerosi elementi che possono mettere in discussione la legittimità costituzionale della norma impugnata. Del resto, la molteplicità e complessità delle questioni giuridiche ed etiche sollevate dall’intervento legislativo in tema di vaccinazioni obbligatorie rientrano tra quelle cd. “scelte tragiche” del diritto, in cui “sofferenza e benessere non sono equamente ripartiti tra tutti, ma stanno integralmente a danno degli uni o a vantaggio degli altri” (Corte Cost., Sent. n.118/1996). Sarà pertanto necessario attendere il pronunciamento del Giudice delle Leggi per valutare la compatibilità del contestato intervento legislativo con la Costituzione italiana.

Dott. Stefano Trevisan

 

IL CONTROVERSO DECRETO LEGGE IN TEMA DI VACCINI OBBLIGATORI – ALCUNE PRELIMINARI CONSIDERAZIONI GIURIDICHE

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La decisione dell’attuale Governo di innalzare i livelli di copertura vaccinale obbligatori è al centro di accese polemiche e dibattiti politici e non solo, su scala nazionale e internazionale. Il nostro studio, che da anni si occupa di responsabilità medica e danni da vaccinazioni e trasfusioni di sangue infetto, intende affrontare tale vicenda in modo apolitico ed equilibrato, fornendo in questa sede alcune sintetiche ma chiare informazioni e considerazioni sul tema.

Cosa dice il decreto legge.

L’8 giugno 2017 è entrato in vigore il Decreto-Legge n.73/2017 contenente le “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale”, con il quale è resa obbligatoria per i minori fino ai sedici anni, salvo esonero, la vaccinazione per 12 malattie. In caso di mancata osservanza dell’obbligo vaccinale, l’art. 1 comma quarto prevede una sanzione amministrativa pecuniaria fino a settemilacinquecento euro (7.500,00 €), oltre alla segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, per “gli   eventuali   adempimenti   di competenza”. Per i minori di età compresa tra zero e sedici anni la violazione della normativa in commento comporta altresì l’esonero, l’omissione o il differimento dall’iscrizione al sistema nazionale d’istruzione.

E’ inoltre previsto l’esonero dall’obbligo vaccinale in caso di “avvenuta immunizzazione a  seguito  di  malattia  naturale, comprovata dalla notifica effettuata dal  medico  curante” e in caso di  “accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta”. Pertanto ai sensi della disposizione richiamata, nel caso in cui si prospettino per il singolo individuo documentati pericoli per la salute, dovrebbe essere possibile esperire le opportune azioni legali finalizzate ad ottenere l’esonero o il differimento dall’obbligo vaccinale, senza incorrere nelle sanzioni e provvedimenti giudiziari prima richiamati. In tal senso, peraltro, si era già espressa anche la Corte Costituzionale, con la sentenza 307 del 1990 ove si legge che “un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato” ed ancora “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività … esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato … a un dato trattamento sanitario … ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”.

Anche la Cassazione, in tema di sanzioni amministrative nei confronti dei genitori che non avevano ottemperato all’obbligo delle vaccinazioni, ha ritenuto che il genitore ha l’onere di allegare la prova della sussistenza, quantomeno fondatamente putativa, di specifiche controindicazioni (Cass. 14747/2006, Cass. 14384/2005, Cass. 5877/2004).

E’ peraltro evidente che non sarà agevole provare specificatamente e previamente un pericolo per la salute in caso di vaccinazione.

Cosa dice la legge negli altri paesi europei?

Con il Decreto-Legge n.73/2017, che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni dalla pubblicazione per acquistare efficacia definitiva, conversione che si discute in questi giorni, probabilmente anche con alcune modifiche, l’Italia diventa l’unico Paese in Europa a prevedere l’obbligo per complessivamente 12 vaccinazioni. Infatti, secondo i dati raccolti dallo “European centre for disease prevention and control (Ecdc),”[1] 15 tra i paesi oggetto di indagine (gli stati membri dell’UE più Islanda e Norvegia) non prevedono alcuna vaccinazione obbligatoria, mentre i restanti 14 includono almeno una vaccinazione obbligatoria nei programmi di prevenzione nazionale. Lo studio inoltre non rileva significative differenze quanto a copertura vaccinale tra i paesi che si limitano a raccomandare le vaccinazioni e quelli ove le stesse sono obbligatorie: le differenze in questi termini, almeno per il tempo presente, sembrano dipendere più che altro dalle peculiarità culturali dei singoli paesi.

I motivi alla base del provvedimento.

Secondo l’art.1 del D.L. n.73/2017 la norma ha il fine di “assicurare la tutela  della  salute  pubblica  e  il mantenimento di adeguate condizioni di  sicurezza  epidemiologica  in termini di profilassi e di copertura vaccinale, nonche’ di  garantire il  rispetto  degli   obblighi   assunti   a   livello   europeo   ed internazionale”. Chi perora tale provvedimento sottolinea infatti come in Italia dal 2013 si sia registrata una costante diminuzione della copertura vaccinale, che per alcune malattie come il morbillo-parotite-rosolia (MPR) è scesa al di sotto del 95%, soglia necessaria per bloccare la circolazione del virus nonché raccomandata dall’Organizzazione Mondiale per la Salute (OMS) per raggiungere la cosiddetta “immunità di gregge” o “di gruppo”[2].

A fronte di questa situazione, l’OMS[3] ed il Comitato Nazionale di Bioetica nel 2015 avevano sollecitato il Governo italiano ad adottare le misure necessarie per aumentare la copertura vaccinale ottimale attraverso l’adozione di programmi di educazione pubblica e, in casi di emergenza, con l’introduzione dell’obbligatorietà dei vaccini.

Il fatto che solo nel primo trimestre 2017 i casi di morbillo registrati in Italia siano triplicati rispetto ai casi riscontrati durante tutto il 2016 è stato un segnale d’allarme.

D’altra parte, numerose sono state le contestazioni alla novella legislativa.

Chi critica la riforma infatti contesta non solo i dati relativi all’emergenza epidemiologica, ma anche i possibili e gravi effetti indesiderati e comunque controindicazioni dei vaccini sui soggetti trattati, nonché potenziali profili di incostituzionalità della norma in relazione al diritto di autodeterminarsi anche nella sfera della salute individuale. D’altronde è la stessa legge italiana, n.210 del 1992, a prevedere un indennizzo a favore di chiunque “abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge”.

Tra le voci contrarie all’obbligo vaccinale introdotto con il provvedimento in questione si è distinta quella della Regione Veneto, la prima a ricorrere alle vie legali. Pur senza specificare i motivi di censura che si intendono sollevare, secondo quanto riportato dalla stampa la giunta regionale del Veneto avrebbe dato mandato all’Avvocatura per l’impugnazione del D.L. avanti alla Corte Costituzionale.

Sotto altro profilo, perplessità, in relazione alla libertà di pensiero ed espressione nonché con riferimento all’art. 33 Cost., suscitano i provvedimenti di radiazione dei medici che esprimono dubbi e/o dissenso nei confronti della normativa in questione o più in generale sull’obbligo indiscriminato di vaccinazione. Non si vorrebbe poi che l’astratta possibilità di provvedimenti disciplinari influisse negativamente sulla valutazione delle possibili controindicazioni ai vaccini.

[1] Dati al 2012, “Mandatory and recommended vaccination in the Eu, Iceland and Norway, nell’ambito del progetto VENICE “Vaccine European New Integrated Collaboration Effort”, consultabile al link: http://www.eurosurveillance.org/ViewArticle.aspx?ArticleId=20183.

[2] I dati sulla copertura vaccinale in Italia sono consultabili al sito internet del Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=2971. 

[3] http://www.euro.who.int/en/health-topics/communicable-diseases/measles-and-rubella/news/news/2015/03/national-stakeholders-and-international-experts-team-up-to-tackle-measles-and-rubella-in-italy

 

Disastri ambientali alla Corte di Strasburgo

Petrolchimico Marghera

Dallo scandalo dell’Ilva di Taranto, ai terreni contaminati dallo stabilimento chimico Caffaro a Brescia, ai fumi tossici che stanno soffocando i cittadini di Pomezia e dintorni in questi giorni: da nord a sud, ed ora anche al centro, la nostra Penisola è devastata dai disastri ambientali.

Un’ulteriore triste conferma dell’italica incapacità di attuare in via preventiva quelle misure precauzionali essenziali per tutelare la salute dei cittadini dalle devastazioni ambientali, sempre più frequenti.

Quel che è peggio, però, è che al danno si aggiunge la beffa (si fa per dire, perché non c’è affatto da scherzare) della mancanza di tutela effettiva, rimanendo per lo più ignoti o impuniti i responsabili.

Che fare, nel caso, non infrequente, in cui i processi si risolvano in un nulla di fatto?

Benché la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) non preveda un autonomo diritto alla salubrità dell’ambiente, la Corte di Strasburgo ha comunque accordato tutela alle vittime dei danni ambientali, attraverso la sua interpretazione evolutiva delle norme della Convenzione.

In particolare, a seconda del tipo di danno provocato dalle attività inquinanti, è stato invocato dalle vittime la violazione del diritto alla vita (art. 2 CEDU) o del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU). Attraverso l’analisi della giurisprudenza della Corte EDU è possibile individuare gli attuali obblighi degli Stati nell’ambito della protezione dell’ambiente.

Nel caso Lopez Ostra c. Spagna (n. 16798/1990) la vittima, che viveva nei pressi di un impianto per il trattamento degli scarti da concerie, lamentava che le esalazioni di gas e degli odori provenienti dal suddetto impianto avessero causato gravi problemi di salute alla sua famiglia. In particolare, dall’apertura dello stabilimento la figlia della ricorrente aveva incominciato a soffrire di gravi problemi respiratori legati ad un costante stato di stress e ansia, costringendo la famiglia a traslocare in una nuova abitazione, distante dall’impianto inquinante. Inizialmente, la signora Gregoria Lopez Ostra si era rivolta al Tribunale Amministrativo locale, chiedendo la chiusura dell’impianto inquinante nonché il risarcimento per i danni subiti ed in seguito si era appellata anche alla Corte Suprema e alla Corte Costituzionale spagnola, purtroppo sempre con esito negativo. Al termine di un iter giudiziario durato oltre 10 anni, nel 1990 portava il caso avanti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte, pur riconoscendo la gravità delle condizioni di vita a cui i ricorrenti erano sottoposti, non ha ritenuto si trattasse di trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 CEDU, ma aveva riqualificato il fatto accertando la violazione dell’articolo 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

La Spagna è stata condannata per non aver saputo realizzare un equo bilanciamento tra due interessi contrapposti. Da un lato, è meritevole di tutela l’interesse della collettività ad avere un impianto di depurazione, in modo da diminuire l’inquinamento e per favorire l’economia locale; dall’altro, i cittadini che abitano nei pressi dell’impianto hanno diritto ad un ambiente salubre e, di conseguenza, al rispetto e tutela della loro vita privata e familiare.

Da questo bilanciamento di interessi in conflitto deriva un obbligo positivo in capo allo Stato: il dovere di porre in essere tutti gli accorgimenti necessari per scongiurare che la messa in funzione di questi impianti abbia conseguenze negative spropositate sulla vita privata e familiare e sul diritto al godimento dell’abitazione dei singoli cittadini. La Spagna pertanto, non essendo riuscita ad attuare tale bilanciamento, veniva condannata a pagare una somma di denaro alla ricorrente a titolo di equa riparazione per la violazione subita.

Un altro leading case è rappresentato dalla decisione Guerra e altri c. Italia (n.116/1996/735/932) che trae origine dal ricorso presentato nel 1996 da 40 cittadine del comune di Manfredonia (BA), situato ad appena un chilometro dal Petrolchimico ANIC, stabilimento specializzato nella produzione di nylon e fertilizzanti. Le ricorrenti denunciavano che nel 1976 lo scoppio di una colonna di arsenico del suddetto stabilimento aveva causato l’emissione di grandi quantità di gas infiammabile e sostanze tossiche, con gravi effetti per la popolazione e senza che lo Stato avesse informato adeguatamente i cittadini dei rischi connessi. Nel 1985 veniva aperto un procedimento penale nei confronti dei dirigenti del petrolchimico che, tuttavia, vennero assolti definitivamente dalla Corte d’Appello di Bari nel 1994. Le donne di Manfredonia, insoddisfatte dell’esito della giustizia italiana, presentarono dunque ricorso alla Corte EDU, con esiti ben diversi. La Grande Camera ha infatti riconosciuto la violazione dell’articolo 8 CEDU, individuando un importante obbligo “procedurale” di informazione a cui l’Italia è venuta meno. Dal dovere di proteggere il diritto al rispetto della vita privata e familiare, contenuto nell’articolo 8 CEDU, discende anche l’obbligo di informare adeguatamente la popolazione in merito ai rischi potenziali di vivere in un territorio esposto al pericolo inquinamento. La Corte ha accertato che il Governo italiano, a 20 anni dall’incidente, non aveva ancora comunicato alla cittadinanza locale un piano per la prevenzione e la gestione delle emergenze ed ha pertanto condannato l’Italia a liquidare a ciascuno delle 40 ricorrenti 10.000.000 di lire a titolo di equa soddisfazione per i danni non patrimoniali subiti. A seguito di questa sentenza lo stabilimento venne chiuso e  l’azienda fu costretta ad occuparsi della bonifica del territorio e della rimozione dell’intero impianto.

Il ragionamento della Corte si evolve ulteriormente quando i disastri ambientali hanno conseguenze dirette sul diritto alla vita dei cittadini. Nel caso Oneryildiz c. Turchia (n. 48939/1999), il ricorrente lamentava le negligenze dell’autorità pubbliche per l’esplosione di una discarica, causata dal metano prodotto dai rifiuti, che aveva provocato la morte di 40 persone tra cui 9 componenti della sua famiglia. Inoltre, si denunciava la totale ineffettività dei procedimenti giudiziari interni: il procedimento penale si era concluso con l’assoluzione degli imputati, mentre il processo civile aveva accordato dei risarcimenti irrisori alle vittime. La Corte ha dichiarato la violazione sostanziale dell’art. 2 CEDU poiché lo Stato, pur conscio di un pericolo immediato e reale, non aveva compiuto gli sforzi necessari per prevenire l’esplosione e impedire la perdita di molte vite umane. Con questa sentenza la Corte ha affermato due principi importanti: 1) il dovere dello Stato di adottare un quadro legislativo ed amministrativo adeguato a proteggere le vita dei cittadini da qualunque tipo di minaccia, che nel caso di attività pericolose si era concretizzato anche nel dovere di informare adeguatamente i cittadini. 2) l’obbligo di garantire la punizione e la repressione delle violazioni delle leggi vigenti nell’ordinamento.

Per tale ragione la Corte condannava la Turchia a risarcire il ricorrente e ciascuno dei suoi figli sopravvissuti rispettivamente con 45.000 e 34.000 euro.

Infine, è interessante osservare il ragionamento adottato dalla Corte EDU nel caso Di Sarno e altri c. Italia, n. 30765/2008 (Sentenza Di Sarno) riguardante il problema dello smaltimento dei rifiuti nella periferia di Napoli tra il 2007 e il 2008. I 18 cittadini della città di Somma Vesuviana avevano adito direttamente la Corte EDU, senza prima rivolgersi ai tribunali nazionali, affermando che i ricorsi previsti dal diritto italiano non offrivano alcuna possibilità di ottenere una soluzione per la “crisi dei rifiuti”. La Corte ha ricordato in primo luogo che l’obbligo di esperire preventivamente i rimedi interni disponibili sussiste solo se questi sono, sia in teoria che in pratica, sufficienti ad ottenere la riparazione del danno lamentato e presentano ragionevoli prospettive di esito favorevole. La Corte ha quindi giudicato il ricorso procedibile osservando che, seppur i ricorrenti avessero adito i tribunali nazionali, non avrebbero comunque potuto ottenere la soddisfazione delle loro domande, ovvero la rimozione dei rifiuti. In particolare la Corte ha accolto la tesi degli attori che rilevavano come benché la “crisi dei rifiuti” perdurasse in Campania dal 1994, non era stata ancora emessa nessuna decisione giudiziaria che riconoscesse la responsabilità civile o penale delle autorità pubbliche o delle imprese che gestivano lo smaltimento dei rifiuti.

La Corte ha poi accertato che i ricorrenti avevano subito un deterioramento della qualità della loro vita, con grave pregiudizio del diritto al rispetto della vita familiare, poiché costretti a vivere in un ambiente inquinato nel periodo in cui la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti non era operativo. Partendo dal presupposto che la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono qualificabili come attività pericolose, la Corte dichiara la violazione dell’art. 8 CEDU, anche se i ricorrenti non avevano dimostrato di aver contratto nessuna patologia a causa dell’esposizione ai rifiuti. La Corte in questo modo sembra interpretare l’articolo 8 CEDU alla luce del principio di precauzione, tipico del diritto internazionale dell’ambiente. In base a tale principio, l’incertezza scientifica riguardo gli effetti negativi sull’ambiente di una certa attività non può giustificare la mancata adozione di misure adeguate a proteggere l’ambiente. Ne consegue che lo Stato ha dei margini di apprezzamento più ridotti nella scelta delle misure da adottare per adempiere ad obblighi positivi previsti dall’art. 8 della Convenzione.

Da questa analisi emerge come i danni alla persona prodotti da fenomeni di alterazione dell’ambiente siano frequentemente ricollegati dalla Corte EDU alle violazioni dell’articolo 8 della Convenzione. In questo modo, l’area di risarcibilità dell’individuo leso è stata allargata anche alle ipotesi di inquinamento di entità minore, cioè nei casi in cui non è direttamente a rischio la salute e l’integrità fisica della persona.

Tra il 2013 e il 2015 diversi cittadini della città di Taranto hanno presentato dei ricorsi davanti alla Corte di Strasburgo, accusando l’Italia di non aver protetto la vita e la salute dei cittadini dagli effetti nocivi delle emissioni dell’impianto Ilva. Il 17 maggio 2016 la Corte EDU ha ritenuto sufficientemente solide le prove presentate in via preliminare, aprendo il procedimento contro lo Stato italiano. Il nostro studio seguirà con vivo interesse l’evoluzione del processo augurandosi che l’Italia nel frattempo adotti tutte le misure necessarie per evitare profili di impunità e per garantire una tutela effettiva alla vittime dei danni ambientali.

Avv. Massimo Dragone

Dott. Giovanni Fassina

 

Morte del neonato dopo il parto: accolte le richieste dei familiari

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La Corte d’appello di Venezia, dopo un complesso iter processuale, ha accolto le richieste dei difensori delle parti civili, Avv.ti Renato Alberini, Massimo Dragone e Roberto Loffredo, ribaltando il verdetto di primo grado.

Il ginecologo è stato condannato al risarcimento dei danni a favore dei familiari del bambino unitamente all’azienda ospedaliera di Venezia.

La vicenda ha avuto particolare risonanza mediatica; alleghiamo i relativi articoli di stampa:

Il Gazzettino Morte del neonato paga il medico

La Nuova Venezia Neonato morto maxi sanzione per medico e Usl

Corriere del Veneto morto nel parto medico colpevole

 

I MEDIA TORNANO SUI DANNI DA SANGUE INFETTO

Nei giorni scorsi lo Studio Legale dava notizia dell’importantissima sentenza del TAR Lazio con cui veniva abbattutto il paletto che precludeva l’accesso alle transazioni con lo Stato per chi avesse avuto un danno riconducibile ad una trasfusione anteriore al luglio del 1978. In questi giorni, la televisione, la stampa e i siti internet hanno ricordato le varie decisioni sullo scandalo del sangue infetto, dando in particolare risalto alla recentissima sentenza n. 2270 del 6 aprile 2017 con cui la Corte d’Appello di Roma ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Salute in relazione a numerosi contagi da sangue infetto nell’ambito di una causa di risarcimento danni proposta in via collettiva da centinaia di danneggiati (Corriere della Sera, Repubblica, Tgcom24).

Tutti gli assistiti dello Studio Legale che hanno partecipato a questa class action hanno visto accogliere le proprie ragioni dalla Corte d’Appello di Roma, che ha condannato il Ministero della Salute al risarcimento dei danni da quantificarsi in un successivo giudizio. Gli assistiti direttamente interessati verranno a breve convocati dagli avvocati dello Studio Legale.

Un’ulteriore buona notizia sul fronte risarcitorio e del riconoscimento della giustizia. Resta tuttavia l’amara considerazione che nessuna somma potrà mai compensare la perdita della salute o della vita stessa.