¡Ni Una Màs! No al femminicidio

Ciudad Juarez, Messico

22 settembre 2011
Laura Berenice Ramos Monárez, anni 17, telefonò ad una amica e si avviò verso casa. Non ci arriverà mai.
10 ottobre 2001
Claudia Ivette González, anni 20, arrivò al lavoro nella maquiladora con due minuti di ritardo e, per questo motivo, non venne fatta entrare. Da allora nessuno la vide più.
29 ottobre 2001
Esmeralda Herrera Monreal, anni 15, uscì dal lavoro per rientrare a casa e sparì nel nulla.
Le famiglie denunciarono la scomparsa delle giovani, ma le denunce furono praticamente ignorate e la polizia non avviò mai delle serie indagini per ritrovare le ragazze.
I loro corpi, insieme a quelli di altri 5 giovani donne (mai identificate), furono ritrovati martoriati in un campo di cotone poco fuori dalla città tra il 6 e il 7 novembre 2001. Le giovani donne erano state torturate, stuprate e infine uccise.
Il caso venne aperto e chiuso in pochi giorni.
Questo non è che uno dei moltissimi casi analoghi avvenuti negli ultimi 20 anni a Ciudad Juarez, che, non a caso, è stata soprannominata “la città che uccide le donne”.
Ciudad Juarez è una città nello Stato messicano del Chihuahua posta al confine con gli Stati Uniti d’America, di fronte a El Paso.
E’  una delle città più pericolose al mondo: per tre anni consecutivi, dal 2008 al 2010, ha “vantato” il poco glorioso titolo di metropoli più violenta al mondo.
Ma la violenza ha colpito in particolare le donne.
A partire dagli anni ’90 sono migliaia le donne che sono state uccise o sono sparite senza lasciar traccia nella zona.
Una stima parla di 3 donne che scompaiono ogni due giorni.
Ogni tanto il deserto restituisce il corpo martoriato di una giovane donna.
Quello che lascia attoniti è che nel 97% dei casi i colpevoli rimangono impuniti.
Le vittime sono per lo più giovani donne, tra i 15 e i 25 anni, di bassa estrazione sociale, di fisico minuto, con capelli lunghi e neri, che, in cerca di una emancipazione economica e sociale, oppure per aiutare o mantenere la propria famiglia, vanno a lavorare nelle maquiladoras (le fabbriche di montaggio delle multinazionali, soprattutto americane, ubicate lungo la frontiera).
Queste imprese preferiscono assumere giovani donne, anche minorenni, perché considerate, da un lato, più docili e meno consapevoli dei propri diritti e quindi più facilmente sfruttabili e pronte ad accettare condizioni di lavoro molto dure e salari bassissimi, dall’altro, più adatte al lavoro minuzioso e ripetitivo come quello richiesto in queste fabbriche.
Le modalità degli omicidi sono molto simili tra loro: sequestro, stupro, tortura e infine omicidio.
Si è parlato di serial killer, di riti satanici, di smuff movies ((film in cui la vittima viene violentata, torturata e uccisa di fronte alla macchina da presa), di delitti collegati al narcotraffico, molto attivo in quella zona. Probabilmente si tratta di questo ed altro ed infatti il clima di impunità che si è venuto a creare in quella zona unito ad una cultura “machista”, ancora predominante in Messico, potrebbe aver favorito una sorta di emulazione perversa, favorendo il proliferare di delitti contro le donne.
Quel che è sicuro è che si tratti di delitti accumunati da una visione della donna che viene considerata come un oggetto “usa e getta” che si può violare ed eliminare.
Quello che lascia attoniti, come detto, è che si tratta di delitti del tutto impuniti, solo in pochissimi casi si è giunti alla condanna di un colpevole, nella maggioranza dei casi le indagini non vengono nemmeno concretamente svolte.
Le autorità locali solitamente minimizzano, giungendo anche a parlare delle vittime come di prostitute o di persone legate al narcotraffico. Se qualcuno protesta e chiede giustizia, viene fatto passare come una persona che vuole soltanto infangare l’immagine della città e del proprio paese, e spesso viene addirittura minacciato.
Tale situazione è dovuta sicuramente al potere esercitato sulla zona dal Cartello della droga di Juarez, che verosimilmente ha forti legami con le istituzioni locali.
Sicuramente influisce il fatto che le vittime siano donne povere, in una zona come quella, dove il valore della vita è già di per sé basso, il valore della vita di una giovane donna per di più povera non deve valere nulla …
E sicuramente il clima di impunità è dovuto all’atteggiamento lassista nei confronti dei crimini contro le donne (fino a qualche anno fa un uomo accusato di stupro poteva facilmente godere di generose attenuanti se la vittima portava i jeans o se camminava da sola per la strada con atteggiamento equivoco o in minigonna …).
Ma qualcosa si è mosso per contrastare tale situazione.
Ci sono state campagne internazionali promosse da organizzazioni non governative quali Amnesty International e soprattutto si è riusciti a portare un caso avanti alla Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo.
Si tratta proprio del caso di Claudia Ivette González, Esmeralda Herrera Monreal e Laura Berenice Ramos Monárrez, caso che venne chiamato “Campo Algodonero”, campo di cotone in spagnolo, per ricordare il luogo dove sono stati ritrovati i corpi.
Infatti le madri delle tre ragazze non si sono date per vinte e hanno presentato delle petizioni individuali contro il Messico presso la Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo (CIDH).
Le petizioni vennero giudicate ammissibili e il caso venne trasferito alla Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo¹.

Il 10 dicembre 2009, lo stesso giorno in cui si commemora la firma della Dichiarazione universale sui diritti umani, venne emessa la sentenza.

E’ una sentenza storica perché per la prima volta a livello mondiale uno Stato viene dichiarato responsabile per i femminicidi avvenuti sul suo territorio e per la prima volta viene riconosciuta una identità giuridica propria al concetto di femminicidio quale omicidio di una donna per motivi di genere².
La sentenza ha ritenuto responsabile lo Stato messicano responsabile per non aver adeguatamente prevenuto la morte delle tre giovani donne.
La Corte altresì ha ritenuto che i casi individuali delle tre ragazze fossero rappresentativi di una situazione strutturale di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali delle donne sulla base del genere di appartenenza. Infatti, nella sentenza si riconosce che la violenza subita dalle donne di Ciudad Juarez fin dal 1993 costituisce una violazione strutturale dei loro diritti umani della quale è responsabile lo Stato messicano.
Lo Stato messicano è stato condannato per aver violato il diritto alla vita, all’integrità psicofisica ed alla libertà delle tre vittime, per aver condotto indagini inadeguate, e dunque per aver violato il diritto alla tutela giurisdizionale anche nei confronti delle loro famiglie, per aver violato il diritto delle minori ad avere protezione da parte dello stato, per aver violato il diritto all’integrità psicofisica dei famigliari delle vittime per le sofferenze loro causate e per le pressioni avanzate nei loro confronti. Inoltre, è stato condannato per averle discriminate in quanto donne, nel venir meno al rispetto dell’obbligazione dello Stato di garantire il pieno e libero esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti, che in questo caso sono stati ritenuti violati.
Per tale motivo, lo Stato messicano è stato condannato, al fine di riparare al danno arrecato mediante la violazione dei diritti delle tre giovani e delle loro famiglie, non solo alle vittime ma alle donne messicane tutte, ad adempiere ad una serie di sanzioni imposte dalla Corte.
Tra le sanzioni inflitte vi era la pubblicazione della sentenza, la creazione di un database digitale con i nomi di tutte le donne scomparse nella regione del Chihuahua a partire dal 1993, la definizione di un protocollo per i casi di violenza contro le donne e la creazione di un programma di educazione per la popolazione, per i dirigenti e per i reparti di polizia al fine di superare la dimensione sistematica della discriminazione e la violenza di genere.
A quanto risulta, le misure richiesta dalla Corte, non sono mai state attuate dal Messico, con l’eccezione della pubblicazione della sentenza.
La situazione del Messico è grave e in altre zone del mondo la condizione della donna è anche peggiore. In Italia sono stati fatti molti passi avanti, ma la strada verso una completa emancipazione della donna è ancora da percorrere. Infatti una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Talpis contro Italia, qui trovate un articolo a riguardo) ha infatti condannato lo Stato italiano per l’inerzia delle autorità nella protezione della ricorrente vittima di violenze domestiche (che hanno portato poi all’uccisione del figlio), inerzia che viene dalla Corte collegata ad un atteggiamento di inaccettabile tolleranza verso le violenze contro le donne soprattutto nell’ambito domestico/familiare.

Roberto Loffredo

Qui il testo in inglese della sentenza: sentenza Campo Algodonero

1 La Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo, con sede a San Josè (Costa Rica), è un tribunale internazionale, a carattere regionale, che mira a tutelare i diritti umani. Essa nasce in forza della Convenzione Interamericana dei Diritti dell’Uomo adottata nel 1968 ed è entrata in vigore  nel 1978. Al sistema interamericano partecipano gli stati del centro-sud America, mentre ne rimangono fuori Stati Uniti e Canada. La Convenzione prevede l’istituzione di una Commissione e di una  Corte. Quest’ultima svolge due diverse funzioni., una consultiva e una contenziosa. La funzione consultiva permette alla Corte di elaborare delle opinioni su interrogativi posti dagli Stati membri dell’Organizzazione degli stati americani (OSA) o dagli organi dell’organizzazione anche in merito a questioni circa l’interpretazione della Convenzione. La funzione contenziosa permette invece alla Corte di accertare la responsabilità di uno Stato accusato di aver violato i diritti e le libertà  previste dalla Convenzione. L’accesso alla Corte tuttavia non è diretto,  ma è subordinato alla presentazione del caso da parte di uno Stato aderente alla Convenzione o dalla stessa Commissione che, tra le sue diverse funzioni, svolge anche quella di “filtro” delle denunce sulla presunta violazione dei diritti umani presentate da parte dei privati cittadini. Il potere sanzionatorio della Corte nei confronti dello Stato comprende sia l’ordine di far rispettare il diritto o la libertà violato, che quello di obbligare lo stesso alla riparazione delle conseguenze derivanti della violazione sino al pagamento di un’indennità alla persona offesa. La Corte interamericana dei diritti dell’uomo si inserisce in un disegno di sistemi regionali di tutela dei principi fondamentali riconoscendo così valore universale  ai diritti umani e al loro sviluppo. E’ frequente infatti che la giurisprudenza della stessa Corte faccia riferimento a quella della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e viceversa.

2 I rappresentanti della Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo hanno spiegato che il femminicidio consiste in “an extreme form of violence  against women; the murder of girls and women merely because of their gender in a society that subordinates them” che coinvolge “a combination of factors, including cultural, economic and political elements”. Lo stesso Stato del Mexico all’art. 21 della General Law on the Access of Women to a Life Free of Violence, in vigore dal 2007,  definisce il femminicidio come “the extreme form of gender violence against women, resulting from the violation of their human rights in the public and private sphere, comprising a series of misogynous conducts that can lead to the impunity of the State and society and may culminate in the homicide or other forms of violent death of women”. La Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo ha usato l’espressione “gender-based murders of women” per indicare il femminicidio.

Note a cura della Dott.ssa Marta Manzoni