Disastri ambientali alla Corte di Strasburgo

Petrolchimico Marghera

Dallo scandalo dell’Ilva di Taranto, ai terreni contaminati dallo stabilimento chimico Caffaro a Brescia, ai fumi tossici che stanno soffocando i cittadini di Pomezia e dintorni in questi giorni: da nord a sud, ed ora anche al centro, la nostra Penisola è devastata dai disastri ambientali.

Un’ulteriore triste conferma dell’italica incapacità di attuare in via preventiva quelle misure precauzionali essenziali per tutelare la salute dei cittadini dalle devastazioni ambientali, sempre più frequenti.

Quel che è peggio, però, è che al danno si aggiunge la beffa (si fa per dire, perché non c’è affatto da scherzare) della mancanza di tutela effettiva, rimanendo per lo più ignoti o impuniti i responsabili.

Che fare, nel caso, non infrequente, in cui i processi si risolvano in un nulla di fatto?

Benché la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) non preveda un autonomo diritto alla salubrità dell’ambiente, la Corte di Strasburgo ha comunque accordato tutela alle vittime dei danni ambientali, attraverso la sua interpretazione evolutiva delle norme della Convenzione.

In particolare, a seconda del tipo di danno provocato dalle attività inquinanti, è stato invocato dalle vittime la violazione del diritto alla vita (art. 2 CEDU) o del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU). Attraverso l’analisi della giurisprudenza della Corte EDU è possibile individuare gli attuali obblighi degli Stati nell’ambito della protezione dell’ambiente.

Nel caso Lopez Ostra c. Spagna (n. 16798/1990) la vittima, che viveva nei pressi di un impianto per il trattamento degli scarti da concerie, lamentava che le esalazioni di gas e degli odori provenienti dal suddetto impianto avessero causato gravi problemi di salute alla sua famiglia. In particolare, dall’apertura dello stabilimento la figlia della ricorrente aveva incominciato a soffrire di gravi problemi respiratori legati ad un costante stato di stress e ansia, costringendo la famiglia a traslocare in una nuova abitazione, distante dall’impianto inquinante. Inizialmente, la signora Gregoria Lopez Ostra si era rivolta al Tribunale Amministrativo locale, chiedendo la chiusura dell’impianto inquinante nonché il risarcimento per i danni subiti ed in seguito si era appellata anche alla Corte Suprema e alla Corte Costituzionale spagnola, purtroppo sempre con esito negativo. Al termine di un iter giudiziario durato oltre 10 anni, nel 1990 portava il caso avanti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte, pur riconoscendo la gravità delle condizioni di vita a cui i ricorrenti erano sottoposti, non ha ritenuto si trattasse di trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 CEDU, ma aveva riqualificato il fatto accertando la violazione dell’articolo 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

La Spagna è stata condannata per non aver saputo realizzare un equo bilanciamento tra due interessi contrapposti. Da un lato, è meritevole di tutela l’interesse della collettività ad avere un impianto di depurazione, in modo da diminuire l’inquinamento e per favorire l’economia locale; dall’altro, i cittadini che abitano nei pressi dell’impianto hanno diritto ad un ambiente salubre e, di conseguenza, al rispetto e tutela della loro vita privata e familiare.

Da questo bilanciamento di interessi in conflitto deriva un obbligo positivo in capo allo Stato: il dovere di porre in essere tutti gli accorgimenti necessari per scongiurare che la messa in funzione di questi impianti abbia conseguenze negative spropositate sulla vita privata e familiare e sul diritto al godimento dell’abitazione dei singoli cittadini. La Spagna pertanto, non essendo riuscita ad attuare tale bilanciamento, veniva condannata a pagare una somma di denaro alla ricorrente a titolo di equa riparazione per la violazione subita.

Un altro leading case è rappresentato dalla decisione Guerra e altri c. Italia (n.116/1996/735/932) che trae origine dal ricorso presentato nel 1996 da 40 cittadine del comune di Manfredonia (BA), situato ad appena un chilometro dal Petrolchimico ANIC, stabilimento specializzato nella produzione di nylon e fertilizzanti. Le ricorrenti denunciavano che nel 1976 lo scoppio di una colonna di arsenico del suddetto stabilimento aveva causato l’emissione di grandi quantità di gas infiammabile e sostanze tossiche, con gravi effetti per la popolazione e senza che lo Stato avesse informato adeguatamente i cittadini dei rischi connessi. Nel 1985 veniva aperto un procedimento penale nei confronti dei dirigenti del petrolchimico che, tuttavia, vennero assolti definitivamente dalla Corte d’Appello di Bari nel 1994. Le donne di Manfredonia, insoddisfatte dell’esito della giustizia italiana, presentarono dunque ricorso alla Corte EDU, con esiti ben diversi. La Grande Camera ha infatti riconosciuto la violazione dell’articolo 8 CEDU, individuando un importante obbligo “procedurale” di informazione a cui l’Italia è venuta meno. Dal dovere di proteggere il diritto al rispetto della vita privata e familiare, contenuto nell’articolo 8 CEDU, discende anche l’obbligo di informare adeguatamente la popolazione in merito ai rischi potenziali di vivere in un territorio esposto al pericolo inquinamento. La Corte ha accertato che il Governo italiano, a 20 anni dall’incidente, non aveva ancora comunicato alla cittadinanza locale un piano per la prevenzione e la gestione delle emergenze ed ha pertanto condannato l’Italia a liquidare a ciascuno delle 40 ricorrenti 10.000.000 di lire a titolo di equa soddisfazione per i danni non patrimoniali subiti. A seguito di questa sentenza lo stabilimento venne chiuso e  l’azienda fu costretta ad occuparsi della bonifica del territorio e della rimozione dell’intero impianto.

Il ragionamento della Corte si evolve ulteriormente quando i disastri ambientali hanno conseguenze dirette sul diritto alla vita dei cittadini. Nel caso Oneryildiz c. Turchia (n. 48939/1999), il ricorrente lamentava le negligenze dell’autorità pubbliche per l’esplosione di una discarica, causata dal metano prodotto dai rifiuti, che aveva provocato la morte di 40 persone tra cui 9 componenti della sua famiglia. Inoltre, si denunciava la totale ineffettività dei procedimenti giudiziari interni: il procedimento penale si era concluso con l’assoluzione degli imputati, mentre il processo civile aveva accordato dei risarcimenti irrisori alle vittime. La Corte ha dichiarato la violazione sostanziale dell’art. 2 CEDU poiché lo Stato, pur conscio di un pericolo immediato e reale, non aveva compiuto gli sforzi necessari per prevenire l’esplosione e impedire la perdita di molte vite umane. Con questa sentenza la Corte ha affermato due principi importanti: 1) il dovere dello Stato di adottare un quadro legislativo ed amministrativo adeguato a proteggere le vita dei cittadini da qualunque tipo di minaccia, che nel caso di attività pericolose si era concretizzato anche nel dovere di informare adeguatamente i cittadini. 2) l’obbligo di garantire la punizione e la repressione delle violazioni delle leggi vigenti nell’ordinamento.

Per tale ragione la Corte condannava la Turchia a risarcire il ricorrente e ciascuno dei suoi figli sopravvissuti rispettivamente con 45.000 e 34.000 euro.

Infine, è interessante osservare il ragionamento adottato dalla Corte EDU nel caso Di Sarno e altri c. Italia, n. 30765/2008 (Sentenza Di Sarno) riguardante il problema dello smaltimento dei rifiuti nella periferia di Napoli tra il 2007 e il 2008. I 18 cittadini della città di Somma Vesuviana avevano adito direttamente la Corte EDU, senza prima rivolgersi ai tribunali nazionali, affermando che i ricorsi previsti dal diritto italiano non offrivano alcuna possibilità di ottenere una soluzione per la “crisi dei rifiuti”. La Corte ha ricordato in primo luogo che l’obbligo di esperire preventivamente i rimedi interni disponibili sussiste solo se questi sono, sia in teoria che in pratica, sufficienti ad ottenere la riparazione del danno lamentato e presentano ragionevoli prospettive di esito favorevole. La Corte ha quindi giudicato il ricorso procedibile osservando che, seppur i ricorrenti avessero adito i tribunali nazionali, non avrebbero comunque potuto ottenere la soddisfazione delle loro domande, ovvero la rimozione dei rifiuti. In particolare la Corte ha accolto la tesi degli attori che rilevavano come benché la “crisi dei rifiuti” perdurasse in Campania dal 1994, non era stata ancora emessa nessuna decisione giudiziaria che riconoscesse la responsabilità civile o penale delle autorità pubbliche o delle imprese che gestivano lo smaltimento dei rifiuti.

La Corte ha poi accertato che i ricorrenti avevano subito un deterioramento della qualità della loro vita, con grave pregiudizio del diritto al rispetto della vita familiare, poiché costretti a vivere in un ambiente inquinato nel periodo in cui la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti non era operativo. Partendo dal presupposto che la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono qualificabili come attività pericolose, la Corte dichiara la violazione dell’art. 8 CEDU, anche se i ricorrenti non avevano dimostrato di aver contratto nessuna patologia a causa dell’esposizione ai rifiuti. La Corte in questo modo sembra interpretare l’articolo 8 CEDU alla luce del principio di precauzione, tipico del diritto internazionale dell’ambiente. In base a tale principio, l’incertezza scientifica riguardo gli effetti negativi sull’ambiente di una certa attività non può giustificare la mancata adozione di misure adeguate a proteggere l’ambiente. Ne consegue che lo Stato ha dei margini di apprezzamento più ridotti nella scelta delle misure da adottare per adempiere ad obblighi positivi previsti dall’art. 8 della Convenzione.

Da questa analisi emerge come i danni alla persona prodotti da fenomeni di alterazione dell’ambiente siano frequentemente ricollegati dalla Corte EDU alle violazioni dell’articolo 8 della Convenzione. In questo modo, l’area di risarcibilità dell’individuo leso è stata allargata anche alle ipotesi di inquinamento di entità minore, cioè nei casi in cui non è direttamente a rischio la salute e l’integrità fisica della persona.

Tra il 2013 e il 2015 diversi cittadini della città di Taranto hanno presentato dei ricorsi davanti alla Corte di Strasburgo, accusando l’Italia di non aver protetto la vita e la salute dei cittadini dagli effetti nocivi delle emissioni dell’impianto Ilva. Il 17 maggio 2016 la Corte EDU ha ritenuto sufficientemente solide le prove presentate in via preliminare, aprendo il procedimento contro lo Stato italiano. Il nostro studio seguirà con vivo interesse l’evoluzione del processo augurandosi che l’Italia nel frattempo adotti tutte le misure necessarie per evitare profili di impunità e per garantire una tutela effettiva alla vittime dei danni ambientali.

Avv. Massimo Dragone

Dott. Giovanni Fassina

 

Morte del neonato dopo il parto: accolte le richieste dei familiari

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La Corte d’appello di Venezia, dopo un complesso iter processuale, ha accolto le richieste dei difensori delle parti civili, Avv.ti Renato Alberini, Massimo Dragone e Roberto Loffredo, ribaltando il verdetto di primo grado.

Il ginecologo è stato condannato al risarcimento dei danni a favore dei familiari del bambino unitamente all’azienda ospedaliera di Venezia.

La vicenda ha avuto particolare risonanza mediatica; alleghiamo i relativi articoli di stampa:

Il Gazzettino Morte del neonato paga il medico

La Nuova Venezia Neonato morto maxi sanzione per medico e Usl

Corriere del Veneto morto nel parto medico colpevole

 

What does Brexit mean for Human Rights? Sulle conseguenze della Brexit relativamente alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

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In questi mesi abbiamo più volte sentito importanti media nazionali riportare la notizia secondo la quale la prossima uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la c.d. “Brexit”, determinerà come conseguenza la disapplicazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la conseguente cessazione della giurisdizione della Corte di Strasburgo in terra britannica.

Corrispondono tali affermazioni al vero?

Short answer: no, they don’t! Queste notizie non rappresentano in modo veritiero la realtà giuridica dei fatti, creano disinformazione e dimostrano una scarsa conoscenza delle norme internazionali a protezione dei diritti umani da un lato, e del sistema giuridico-istituzionale dell’Unione Europea dall’altra.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Il 29 marzo scorso l’ambasciatore britannico a Bruxelles ha presentato a Donald Tusk, presidente del Consiglio degli Stati membri dell’Unione Europea (UE), la lettera firmata dal primo ministro inglese, Theresa May, con la quale la stessa notificava la volontà di azionare l’art. 50 dei Trattati dell’Unione Europea, così manifestando ufficialmente la volontà del Regno Unito di recedere unilateralmente dall’UE. Come noto, a seguito di tale notifica sono stati ufficialmente avviati i negoziati tra Londra e Bruxelles, volti a concludere un accordo che definisca in modo quanto più puntuale possibile le modalità di recesso. Pertanto a decorrere dalla data di entrata in vigore di tale accordo – o allo scadere dei due anni dei negoziati – il diritto dell’Unione Europea, comprensivo dei trattati istitutivi e del c.d. diritto derivato, formalmente cesserà di essere direttamente applicabile nel paese interessato.

Leggendo la lettera di Theresa May (UK letter Tusk Art50) ci si accorge però che in essa non vi è alcun riferimento ad un’eventuale e futura disapplicazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani come conseguenza della Brexit. Ciò non deve stupire: infatti l’Unione Europea e la Convenzione Europea fanno riferimento a due sistemi giuridici e politico-istituzionali distinti e autonomi.

Infatti, l’Unione Europea è quella organizzazione politica intergovernativa-sovranazionale sorta nel 1992 con i Trattati di Maastricht dopo un lungo cammino iniziato nel 1957 con i Trattati Istitutivi della Comunità Economica Europea, con l’obiettivo, come ricorda l’art. 2 del Trattato di Roma, di creare un mercato comune e favorire la trasformazione delle condizioni economiche degli scambi e della produzione nella Comunità. Ad oggi l’Unione Europea comprende 28 Stati membri che hanno stipulato un assetto istituzionale unico e articolato, il quale ricomprende tra gli altri organi il Parlamento, la Commissione, la Banca Centrale, il Consiglio, la Corte dei Conti e la Corte di Giustizia, quest’ultima con sede a Lussemburgo. C’è da aggiungere che lungo il corso dei decenni gli Stati membri hanno attribuito all’Unione sempre maggiori competenze, che attualmente spaziano dagli affari esteri alla difesa, alle politiche economiche, all’agricoltura, al commercio e alla protezione ambientale. Senza dimenticare che ad oggi l’Unione Europea dispone di una competenza specifica anche in tema di diritti umani, grazie alla formulazione nel 2007 della Carta dei diritti fondamentali, un tempo nota come “carta di Nizza”, attualmente strumento giuridico pienamente vincolante sia per le istituzioni europee che per gli Stati membri.

DA NON CONFONDERE l’Unione Europa con il Consiglio d’Europa! Il Consiglio d’Europa (CoE) è la prima organizzazione internazionale a carattere regionale sorta in Europa dopo la II guerra mondiale, istituita con il Trattato di Londra, firmato il 5 maggio 1949. Obiettivo principale di tale organizzazione è quello di promuovere e proteggere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto per favorire la stabilità democratica in Europa e il suo sviluppo socio-economico. Il CoE comprende ben 47 Stati segnatari – tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, più alcuni Stati della regione euroasiatica, tra i quali spiccano per importanza Russia e Turchia. Anche il CoE comprende al suo interno una complessa architettura istituzionale, fra le quali degni di nota sono il Comitato dei Ministri, l’Assemblea parlamentare e un Segretariato Generale. Fin dalla sua istituzione nel 1949, il Consiglio d’Europa ha avvertito l’esigenza di dare all’Europa un simbolo nel quale i popoli europei potessero identificarsi. Il 25 ottobre 1955, l’Assemblea parlamentare sceglie all’unanimità un emblema di colore azzurro, raffigurante un cerchio di dodici stelle d’oro.

Ma in pratica, che cos’è il Consiglio d’Europa, e qual è la sua funzione?

Il CoE costituisce un importantissimo foro di diplomazia multilaterale, all’interno del quale gli Stati segnatari si incontrano per prevenire o risolvere controversie e promuovere azioni di standard setting, quali ad esempio l’adozione di strumenti giuridici internazionali e il monitoraggio della loro applicazione. A tal riguardo si pensi che dalla sua istituzione ad oggi sono stati adottati in sede di Consiglio d’Europa 220 tra convenzioni, carte, accordi e protocolli (http://www.coe.int/it/web/conventions/full-list). Alcuni tra gli strumenti giuridici essenziali in vigore sono ad esempio la Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (1987), la Convenzione sui Diritti dell’Uomo e la biomedicina (1997) e la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (2011).

Tuttavia il principale strumento giuridico del CoE è certamente la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali (CEDU, 1950), che ha istituito la Corte Europea dei Diritti Umani, con sede a Strasburgo (CtEDU). Fiore all’occhiello del Consiglio d’Europa, la CEDU rappresenta, come amava affermare il nostro più noto giurista internazionalista  Antonio Cassese, il sistema regionale di protezione dei diritti umani più avanzato sul panorama internazionale, al punto che essa può essere assunta a modello di tutela per le altre esperienze internazionali sorte a livello regionale (una fra tutte: la Convenzione Interamericana dei Diritti Umani, sul punto si veda il nostro precedente articolo ¡Ni Una Màs! No al femminicidio).

Ebbene tornando alla domanda in epigrafe, da quanto sopra illustrato risulta ben chiara la diversa natura e le distinte e peculiari funzioni assolte dalle due organizzazioni internazionali qui sommariamente descritte, ovverosia dell’Unione Europea da una parte e dal Consiglio d’Europa dall’altra. Da ciò non può che derivare la assoluta intangibilità della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dalle negoziazioni inerenti il recesso unilaterale del Regno Unito dall’Unione Europea, la Brexit.

Tuttavia ciò non esclude che il Regno Unito possa in un futuro non lontano, come più volte ha in passato paventato l’allora Ministro degli Interni e oggi Primo Ministro Theresa May (https://www.theguardian.com/politics/2016/apr/25/uk-must-leave-european-convention-on-human-rights-theresa-may-eu-referendum), denunciare la ratifica della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e recedere unilateralmente anche da questa organizzazione internazionale.

Dott. Stefano Trevisan

Avv. Massimo Dragone

 
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I MEDIA TORNANO SUI DANNI DA SANGUE INFETTO

Nei giorni scorsi lo Studio Legale dava notizia dell’importantissima sentenza del TAR Lazio con cui veniva abbattutto il paletto che precludeva l’accesso alle transazioni con lo Stato per chi avesse avuto un danno riconducibile ad una trasfusione anteriore al luglio del 1978. In questi giorni, la televisione, la stampa e i siti internet hanno ricordato le varie decisioni sullo scandalo del sangue infetto, dando in particolare risalto alla recentissima sentenza n. 2270 del 6 aprile 2017 con cui la Corte d’Appello di Roma ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Salute in relazione a numerosi contagi da sangue infetto nell’ambito di una causa di risarcimento danni proposta in via collettiva da centinaia di danneggiati (Corriere della Sera, Repubblica, Tgcom24).

Tutti gli assistiti dello Studio Legale che hanno partecipato a questa class action hanno visto accogliere le proprie ragioni dalla Corte d’Appello di Roma, che ha condannato il Ministero della Salute al risarcimento dei danni da quantificarsi in un successivo giudizio. Gli assistiti direttamente interessati verranno a breve convocati dagli avvocati dello Studio Legale.

Un’ulteriore buona notizia sul fronte risarcitorio e del riconoscimento della giustizia. Resta tuttavia l’amara considerazione che nessuna somma potrà mai compensare la perdita della salute o della vita stessa.

 

Accolto il ricorso al TAR LAZIO: abbattuto l’ostacolo della trasfusione anteriore al luglio 1978

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Con sentenza del 23 marzo 2017 il Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) del Lazio-Roma (sentenza TAR Lazio, RM, 3Q, 3807_2017) ha accolto il ricorso presentato nell’interesse di numerosi assistiti dello Studio Legale Dragone e Avvocati Associati Loffredo e Cestaro in via di class action dall’Avvocato Massimo Dragone affiancato dall’avvocato Sacchetto di Venezia, annullando quindi l’articolo 5 comma 2 del cosiddetto decreto moduli (DM 4 maggio 2012).

Con tale importantissima decisione, avente portata generale stante la natura del citato decreto di efficacia erga omnes, è stato abbattuto uno dei paletti che la normativa (evento trasfusionale antecedente al 24 luglio 1978) irragionevolmente frapponeva per la stipula delle transazioni previste dalle leggi n. 222/2007 e n. 244/2007 a favore delle persone danneggiate (direttamente o quali eredi di soggetti deceduti) da trasfusioni di sangue o somministrazione di emoderivati infetti.

 Si tratta di un ulteriore passo (l’ultimo?) di un percorso iniziato dagli avvocati dello Studio Legale più di 10 anni fa, con le numerose cause civili di risarcimento danni a tutela dei propri assistiti, proseguito, oltre che nei vari Tribunali e Corti italiane anche davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 Ricordando l’excursus storico della vicenda, con l’emanazione del decreto moduli lo Stato di fatto eludeva il fine “deflattivo” del procedimento pubblico transattivo con cui, nelle originarie intenzioni del legislatore, si sarebbero dovute rapidamente definire le migliaia di azioni risarcitorie promosse dagli ammalati, o loro eredi, in lotta per il riconoscimento dei propri diritti da prima del 2007. Infatti, nel prevedere i “moduli transattivi”, con tanto di importi, sembrava a prima vista che fosse stata messa la parola fine all’interminabile calvario. Ed invece venivano al contempo surrettiziamente introdotte, all’art. 5, delle cause di esclusione con valenza retroattiva, che di fatto escludevano gran parte dei danneggiati dalle transazioni, benché già inclusi in ragione del provvedimento di “adesione” da essi ricevuto dal Ministero della Salute. Costoro si vedevano così estromessi a posteriori, benché nel possesso di tutti i requisiti stabiliti dalla precedente normativa.

Usando una metafora sportiva, sarebbe come escludere alcuni corridori dalla maratona alla fine della gara, in prossimità del traguardo!

 Alla profonda ingiustizia e all’inevitabile caos causato da tale contraddittoria ed irragionevole normativa, gli avvocati dello Studio Legale approntavano una serie di ricorsi collettivi, davanti al TAR del Lazio e alla Corte di Strasburgo. Quest’ultima si pronunciava  con la sentenza 14 gennaio 2016 con cui “bacchettava” l’Italia per la lunghezza dei processi e quindi la condannava per la violazione dell’articolo 2 della Convenzione E.D.U in senso procedurale (www.dragoneassociati.it/tag/trasfusioni/). Nel corso del suddetto giudizio davanti alla Corte E.D.U. il Governo riusciva in parte a salvarsi in extremis emanando l’articolo 27 bis del D.L. 24.6.2014 n. 90, convertito dalla legge 11.8.2014 n. 114 (vedi: www.dragoneassociati.it/tag/27-bis/) ove si introduceva un ulteriore strumento per definire il contenzioso, costituito dal pagamento di una somma di 100.000 euro da versarsi una tantum a titolo di “equa riparazione” entro il 31.12.2017.

 Il parallelo ricorso proposto al TAR del Lazio veniva inizialmente “affossato” dalla pronuncia di difetto di giurisdizione del Giudice Amministrativo. La decisione veniva quindi impugnata dall’Avvocato Dragone davanti alla Corte di Cassazione che, pronunciandosi a Sezioni Unite con l’’ordinanza n. 2051/2016 (ord. cass.n.2051.16) affermava la correttezza della tesi del legale dei danneggiati, confermando la giurisdizione del Giudice Amministrativo. A seguito della riassunzione della causa, il TAR del Lazio ha accolto la tesi dei ricorrenti-danneggiati, annullando il citato articolo 5 comma 2 del D. M. 4 maggio 2012 ed aprendo in tal modo la strada per la stipula delle transazioni.

Nel frattempo, tuttavia, molte persone danneggiate hanno preferito chiudere il contenzioso beneficiando dei 100.000 euro, previsti dal citato articolo 27 bis, preferendo l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani, preoccupati, forse, delle persistenti incertezze ed innumerevoli ostacoli burocratici e finanziari frapposti dallo Stato alle transazioni, benché gran parte degli sbarramenti siano stati abbattuti dal “ciclone” di ricorsi, favorevolmente accolti dai Tribunali e dalle Corti, di Italia e Strasburgo.

Incidentalmente nella sentenza del TAR del Lazio vengono richiamati i “principi generali del diritto” con riguardo all’ulteriore “paletto” introdotto dal decreto moduli, costituito dalla prescrizione (termine di 5 anni per i danneggiati viventi e 10 anni per i danneggiati eredi di persone decedute). Il che, in parole semplici, vuol dire che la suddetta norma (art. 5 comma 1 decreto moduli) dev’essere interpretata secondo le norme del codice civile e, dunque, che non può ritenersi esclusa per prescrizione la posizione ove vi è stata tempestiva lettera di costituzione in mora del Ministero della Salute, avendo valenza interruttiva, ovvero nel caso in cui l’amministrazione non abbia eccepito in causa tempestivamente la prescrizione, ovvero laddove la sentenza del giudice civile abbia respinto la suddetta eccezione.

Nel frattempo, in attesa ehe lo Stato concluda i pagamenti in via transattiva o tramite l’equa riparazione, proseguono le cause civili di risarcimento del danno.

Con varie sentenze il Tribunale di Venezia, il Tribunale di Roma, la Corte d’Appello di Venezia, la Corte d’Appello di Roma e la Corte di Cassazione hanno condannato il Ministero della Salute al risarcimento dei danni a favore di assistiti dello Studio Legale, spesso liquidando rilevanti importi alle vittime da sangue infetto.

Tuttavia è tristemente noto che nessuna somma potrà mai restituire la salute o la vita strappata dalle drammatiche conseguenze causate dalle infezioni post-trasfusionali o da errori medici.