ASSEGNO DI DIVORZIO: LA CASSAZIONE CAMBIA TUTTO

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La Cassazione Civile, prima sezione, con la sentenza n. 11504 depositata il 10 maggio 2017, muta radicalmente il proprio orientamento in materia di assegno divorzile. La Suprema Corte ha ritenuto non più attuale la precedente posizione che utilizzava come parametro per la determinazione dell’assegno di divorzio il “tenore di vita” goduto dal coniuge in costanza di matrimonio ed ha individuato come nuovo criterio quello dell’”autoresponsabilità economica”.

Il divorzio è disciplinato dalla L. n. 898/1970 e viene pronunciato quando il giudice “accerta che la comunione  spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita”. L’art. 5 della stessa legge  stabilisce che il tribunale “dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Da molti anni la giurisprudenza ha utilizzato come criterio, per valutare l’adeguatezza dei mezzi, il “tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio dal richiedente, determinando in taluni casi un illegittimo arricchimento di quest’ultimo.

Con la pronuncia in oggetto, la Cassazione ha spiegato che, con il divorzio, il rapporto matrimoniale si estingue sia sul piano personale sia su quello economico – patrimoniale. Ancorare l’assegno al criterio del “tenore di vita” significa, seppur solo sotto il profilo del mantenimento, riconoscere una sorta di “ultrattività” del vincolo matrimoniale”.

Diversa è invece la ratio dell’assegno di divorzio, sostiene la Corte, consistendo nella tutela della parte economicamente più debole, che viene ad essere presa in considerazione come “singola persona” e non come parte di un rapporto matrimoniale. La funzione che l’assegno deve assolvere è perciò esclusivamente assistenziale e trova fondamento costituzionale nel dovere di “solidarietà economica” (art. 2 in relazione all’art. 23 Cost.).

Alla luce di tali considerazioni la Corte ha oggi indicato un nuovo percorso che meglio si adatta alle attuali esigenze e al cambiamento del sentire e del costume sociale.

Il giudice del divorzio dovrà dapprima accertare se sussiste un diritto del richiedente a ricevere l’assegno di divorzio e solo successivamente determinarne il quantum. Quanto al primo requisito la Corte specifica che si dovrà verificare se la domanda del richiedente rispetta le condizioni di legge, ovvero la mancanza di “mezzi adeguati” o comunque l”’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive”, e individua alcuni indici utili ai fini di tale accertamento (possesso di redditi di qualsiasi specie, possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, capacità e possibilità effettive di lavoro personale, stabile disponibilità di una casa di abitazione). Soltanto in caso di esito positivo si potrà procedere con la quantificazione dell’assegno, che sarà guidata dai criteri indicati dall’art. 5 della L. n. 898/1970 (“[…]condizioni dei coniugi, […] ragioni della decisione, […] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune […]”).

La sentenza della Suprema Corte ha indubbiamente determinato una rottura con il passato e ha dato risposta a numerose istanze che si sono innalzate in tema di divorzio. Si ricorda tuttavia che si tratta di una singola pronuncia che esprime un indirizzo nuovo che non necessariamente sarà seguito in ciascun giudizio di divorzio, essendo sempre necessaria una valutazione del singolo caso concreto.

Si tenga ben presente che quanto detto vale solo per l’assegno di divorzio e non per l’assegno di separazione, come ben specificato dalla stessa Corte di Cassazione con l’ancor più recente sentenza n. 12196 del 2017, su ricorso presentato da Silvio Berlusconi per la modifica dell’assegno di separazione proprio in virtù della sentenza in questione, n. 11504/2017.

Infatti, ricorda la Suprema Corte “la profonda differenza fra il dovere di assistenza materiale fra i coniugi nell’ambito della separazione personale e gli obblighi correlati alla cd. “solidarietà post-coniugale” nel giudizio di divorzio: nel primo caso, il rapporto coniugale non viene meno, determinandosi soltanto una sospensione dei doveri di natura personale, quali la convivenza, la fedeltà e la collaborazione; al contrario, gli aspetti di natura patrimoniale … non vengono meno, pur assumendo forme confacenti alla nuova situazione.

In altri termini, separazione e divorzio sono due situazioni di fatto e giuridiche diverse, in quanto nella separazione i separati sono ancora marito e moglie e solo con il divorzio cesseranno di esserlo. In particolare gli aspetti di natura patrimoniale connessi al matrimonio non vengono meno con la separazione ma solo con il divorzio.

Pertanto l’assegno di separazione e quello di divorzio si fondano su presupposti diversi e  non si può quindi chiedere la modifica dell’assegno di separazione solo sulla base della modifica, sopra descritta, dell’orientamento giurisprudenziale in materia di assegno divorzile.

Di seguito le due sentenze:

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Dott. Marta Manzoni

Avv. Roberto Loffredo

 

Morte del neonato dopo il parto: accolte le richieste dei familiari

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La Corte d’appello di Venezia, dopo un complesso iter processuale, ha accolto le richieste dei difensori delle parti civili, Avv.ti Renato Alberini, Massimo Dragone e Roberto Loffredo, ribaltando il verdetto di primo grado.

Il ginecologo è stato condannato al risarcimento dei danni a favore dei familiari del bambino unitamente all’azienda ospedaliera di Venezia.

La vicenda ha avuto particolare risonanza mediatica; alleghiamo i relativi articoli di stampa:

Il Gazzettino Morte del neonato paga il medico

La Nuova Venezia Neonato morto maxi sanzione per medico e Usl

Corriere del Veneto morto nel parto medico colpevole

 

I MEDIA TORNANO SUI DANNI DA SANGUE INFETTO

Nei giorni scorsi lo Studio Legale dava notizia dell’importantissima sentenza del TAR Lazio con cui veniva abbattutto il paletto che precludeva l’accesso alle transazioni con lo Stato per chi avesse avuto un danno riconducibile ad una trasfusione anteriore al luglio del 1978. In questi giorni, la televisione, la stampa e i siti internet hanno ricordato le varie decisioni sullo scandalo del sangue infetto, dando in particolare risalto alla recentissima sentenza n. 2270 del 6 aprile 2017 con cui la Corte d’Appello di Roma ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Salute in relazione a numerosi contagi da sangue infetto nell’ambito di una causa di risarcimento danni proposta in via collettiva da centinaia di danneggiati (Corriere della Sera, Repubblica, Tgcom24).

Tutti gli assistiti dello Studio Legale che hanno partecipato a questa class action hanno visto accogliere le proprie ragioni dalla Corte d’Appello di Roma, che ha condannato il Ministero della Salute al risarcimento dei danni da quantificarsi in un successivo giudizio. Gli assistiti direttamente interessati verranno a breve convocati dagli avvocati dello Studio Legale.

Un’ulteriore buona notizia sul fronte risarcitorio e del riconoscimento della giustizia. Resta tuttavia l’amara considerazione che nessuna somma potrà mai compensare la perdita della salute o della vita stessa.

 

Accolto il ricorso al TAR LAZIO: abbattuto l’ostacolo della trasfusione anteriore al luglio 1978

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Con sentenza del 23 marzo 2017 il Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) del Lazio-Roma (sentenza TAR Lazio, RM, 3Q, 3807_2017) ha accolto il ricorso presentato nell’interesse di numerosi assistiti dello Studio Legale Dragone e Avvocati Associati Loffredo e Cestaro in via di class action dall’Avvocato Massimo Dragone affiancato dall’avvocato Sacchetto di Venezia, annullando quindi l’articolo 5 comma 2 del cosiddetto decreto moduli (DM 4 maggio 2012).

Con tale importantissima decisione, avente portata generale stante la natura del citato decreto di efficacia erga omnes, è stato abbattuto uno dei paletti che la normativa (evento trasfusionale antecedente al 24 luglio 1978) irragionevolmente frapponeva per la stipula delle transazioni previste dalle leggi n. 222/2007 e n. 244/2007 a favore delle persone danneggiate (direttamente o quali eredi di soggetti deceduti) da trasfusioni di sangue o somministrazione di emoderivati infetti.

 Si tratta di un ulteriore passo (l’ultimo?) di un percorso iniziato dagli avvocati dello Studio Legale più di 10 anni fa, con le numerose cause civili di risarcimento danni a tutela dei propri assistiti, proseguito, oltre che nei vari Tribunali e Corti italiane anche davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 Ricordando l’excursus storico della vicenda, con l’emanazione del decreto moduli lo Stato di fatto eludeva il fine “deflattivo” del procedimento pubblico transattivo con cui, nelle originarie intenzioni del legislatore, si sarebbero dovute rapidamente definire le migliaia di azioni risarcitorie promosse dagli ammalati, o loro eredi, in lotta per il riconoscimento dei propri diritti da prima del 2007. Infatti, nel prevedere i “moduli transattivi”, con tanto di importi, sembrava a prima vista che fosse stata messa la parola fine all’interminabile calvario. Ed invece venivano al contempo surrettiziamente introdotte, all’art. 5, delle cause di esclusione con valenza retroattiva, che di fatto escludevano gran parte dei danneggiati dalle transazioni, benché già inclusi in ragione del provvedimento di “adesione” da essi ricevuto dal Ministero della Salute. Costoro si vedevano così estromessi a posteriori, benché nel possesso di tutti i requisiti stabiliti dalla precedente normativa.

Usando una metafora sportiva, sarebbe come escludere alcuni corridori dalla maratona alla fine della gara, in prossimità del traguardo!

 Alla profonda ingiustizia e all’inevitabile caos causato da tale contraddittoria ed irragionevole normativa, gli avvocati dello Studio Legale approntavano una serie di ricorsi collettivi, davanti al TAR del Lazio e alla Corte di Strasburgo. Quest’ultima si pronunciava  con la sentenza 14 gennaio 2016 con cui “bacchettava” l’Italia per la lunghezza dei processi e quindi la condannava per la violazione dell’articolo 2 della Convenzione E.D.U in senso procedurale (www.dragoneassociati.it/tag/trasfusioni/). Nel corso del suddetto giudizio davanti alla Corte E.D.U. il Governo riusciva in parte a salvarsi in extremis emanando l’articolo 27 bis del D.L. 24.6.2014 n. 90, convertito dalla legge 11.8.2014 n. 114 (vedi: www.dragoneassociati.it/tag/27-bis/) ove si introduceva un ulteriore strumento per definire il contenzioso, costituito dal pagamento di una somma di 100.000 euro da versarsi una tantum a titolo di “equa riparazione” entro il 31.12.2017.

 Il parallelo ricorso proposto al TAR del Lazio veniva inizialmente “affossato” dalla pronuncia di difetto di giurisdizione del Giudice Amministrativo. La decisione veniva quindi impugnata dall’Avvocato Dragone davanti alla Corte di Cassazione che, pronunciandosi a Sezioni Unite con l’’ordinanza n. 2051/2016 (ord. cass.n.2051.16) affermava la correttezza della tesi del legale dei danneggiati, confermando la giurisdizione del Giudice Amministrativo. A seguito della riassunzione della causa, il TAR del Lazio ha accolto la tesi dei ricorrenti-danneggiati, annullando il citato articolo 5 comma 2 del D. M. 4 maggio 2012 ed aprendo in tal modo la strada per la stipula delle transazioni.

Nel frattempo, tuttavia, molte persone danneggiate hanno preferito chiudere il contenzioso beneficiando dei 100.000 euro, previsti dal citato articolo 27 bis, preferendo l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani, preoccupati, forse, delle persistenti incertezze ed innumerevoli ostacoli burocratici e finanziari frapposti dallo Stato alle transazioni, benché gran parte degli sbarramenti siano stati abbattuti dal “ciclone” di ricorsi, favorevolmente accolti dai Tribunali e dalle Corti, di Italia e Strasburgo.

Incidentalmente nella sentenza del TAR del Lazio vengono richiamati i “principi generali del diritto” con riguardo all’ulteriore “paletto” introdotto dal decreto moduli, costituito dalla prescrizione (termine di 5 anni per i danneggiati viventi e 10 anni per i danneggiati eredi di persone decedute). Il che, in parole semplici, vuol dire che la suddetta norma (art. 5 comma 1 decreto moduli) dev’essere interpretata secondo le norme del codice civile e, dunque, che non può ritenersi esclusa per prescrizione la posizione ove vi è stata tempestiva lettera di costituzione in mora del Ministero della Salute, avendo valenza interruttiva, ovvero nel caso in cui l’amministrazione non abbia eccepito in causa tempestivamente la prescrizione, ovvero laddove la sentenza del giudice civile abbia respinto la suddetta eccezione.

Nel frattempo, in attesa ehe lo Stato concluda i pagamenti in via transattiva o tramite l’equa riparazione, proseguono le cause civili di risarcimento del danno.

Con varie sentenze il Tribunale di Venezia, il Tribunale di Roma, la Corte d’Appello di Venezia, la Corte d’Appello di Roma e la Corte di Cassazione hanno condannato il Ministero della Salute al risarcimento dei danni a favore di assistiti dello Studio Legale, spesso liquidando rilevanti importi alle vittime da sangue infetto.

Tuttavia è tristemente noto che nessuna somma potrà mai restituire la salute o la vita strappata dalle drammatiche conseguenze causate dalle infezioni post-trasfusionali o da errori medici.

 

¡Ni Una Màs! No al femminicidio

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Ciudad Juarez, Messico

22 settembre 2011
Laura Berenice Ramos Monárez, anni 17, telefonò ad una amica e si avviò verso casa. Non ci arriverà mai.
10 ottobre 2001
Claudia Ivette González, anni 20, arrivò al lavoro nella maquiladora con due minuti di ritardo e, per questo motivo, non venne fatta entrare. Da allora nessuno la vide più.
29 ottobre 2001
Esmeralda Herrera Monreal, anni 15, uscì dal lavoro per rientrare a casa e sparì nel nulla.
Le famiglie denunciarono la scomparsa delle giovani, ma le denunce furono praticamente ignorate e la polizia non avviò mai delle serie indagini per ritrovare le ragazze.
I loro corpi, insieme a quelli di altri 5 giovani donne (mai identificate), furono ritrovati martoriati in in un campo di cotone poco fuori dalla città tra il 6 e il 7 novembre 2001. Le giovani donne erano state torturate, stuprate e infine uccise.
Il caso venne aperto e chiuso in pochi giorni.
Questo non è che uno dei moltissimi casi analoghi avvenuti negli ultimi 20 anni a Ciudad Juarez, che, non a caso, è stata soprannominata “la città che uccide le donne”.
Ciudad Juarez è una città nello Stato messicano del Chihuahua posta al confine con gli Stati Uniti d’America, di fronte a El Paso.
E’  una delle città più pericolose al mondo: per tre anni consecutivi, dal 2008 al 2010, ha “vantato” il poco glorioso titolo di metropoli più violenta al mondo.
Ma la violenza ha colpito in particolare le donne.
A partire dagli anni ’90 sono migliaia le donne che sono state uccise o sono sparite senza lasciar traccia nella zona.
Una stima parla di 3 donne che scompaiono ogni due giorni.
Ogni tanto il deserto restituisce il corpo martoriato di una giovane donna.
Quello che lascia attoniti è che nel 97% dei casi i colpevoli rimangono impuniti.
Le vittime sono per lo più giovani donne, tra i 15 e i 25 anni, di bassa estrazione sociale, di fisico minuto, con capelli lunghi e neri, che, in cerca di una emancipazione economica e sociale, oppure per aiutare o mantenere la propria famiglia, vanno a lavorare nelle maquiladoras (le fabbriche di montaggio delle multinazionali, soprattutto americane, ubicate lungo la frontiera).
Queste imprese preferiscono assumere giovani donne, anche minorenni, perché considerate, da un lato, più docili e meno consapevoli dei propri diritti e quindi più facilmente sfruttabili e pronte ad accettare condizioni di lavoro molto dure e salari bassissimi, dall’altro, più adatte al lavoro minuzioso e ripetitivo come quello richiesto in queste fabbriche.
Le modalità degli omicidi sono molto simili tra loro: sequestro, stupro, tortura e infine omicidio.
Si è parlato di serial killer, di riti satanici, di smuff movies ((film in cui la vittima viene violentata, torturata e uccisa di fronte alla macchina da presa), di delitti collegati al narcotraffico, molto attivo in quella zona. Probabilmente si tratta di questo ed altro ed infatti il clima di impunità che si è venuto a creare in quella zona unito ad una cultura “machista”, ancora predominante in Messico, potrebbe aver favorito una sorta di emulazione perversa, favorendo il proliferare di delitti contro le donne.
Quel che è sicuro è che si tratti di delitti accumunati da una visione della donna che viene considerata come un oggetto “usa e getta” che si può violare ed eliminare.
Quello che lascia attoniti, come detto, è che si tratta di delitti del tutto impuniti, solo in pochissimi casi si è giunti alla condanna di un colpevole, nella maggioranza dei casi le indagini non vengono nemmeno concretamente svolte.
Le autorità locali solitamente minimizzano, giungendo anche a parlare delle vittime come di prostitute o di persone legate al narcotraffico. Se qualcuno protesta e chiede giustizia, viene fatto passare come una persona che vuole soltanto infangare l’immagine della città e del proprio paese, e spesso viene addirittura minacciato.
Tale situazione è dovuta sicuramente al potere esercitato sulla zona dal Cartello della droga di Juarez, che verosimilmente ha forti legami con le istituzioni locali.
Sicuramente influisce il fatto che le vittime siano donne povere, in una zona come quella, dove il valore della vita è già di per sé basso, il valore della vita di una giovane donna per di più povera non deve valere nulla …
E sicuramente il clima di impunità è dovuto all’atteggiamento lassista nei confronti dei crimini contro le donne (fino a qualche anno fa un uomo accusato di stupro poteva facilmente godere di generose attenuanti se la vittima portava i jeans o se camminava da sola per la strada con atteggiamento equivoco o in minigonna …).
Ma qualcosa si è mosso per contrastare tale situazione.
Ci sono state campagne internazionali promosse da organizzazioni non governative quali Amnesty International e soprattutto si è riusciti a portare un caso avanti alla Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo.
Si tratta proprio del caso di Claudia Ivette González, Esmeralda Herrera Monreal e Laura Berenice Ramos Monárrez, caso che venne chiamato “Campo Algodonero”, campo di cotone in spagnolo, per ricordare il luogo dove sono stati ritrovati i corpi.
Infatti le madri delle tre ragazze non si sono date per vinte e hanno presentato delle petizioni individuali contro il Messico presso la Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo (CIDH).
Le petizioni vennero giudicate ammissibili e il caso venne trasferito alla Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo¹.

Il 10 dicembre 2009, lo stesso giorno in cui si commemora la firma della Dichiarazione universale sui diritti umani, venne emessa la sentenza.

E’ una sentenza storica perché per la prima volta a livello mondiale uno Stato viene dichiarato responsabile per i femminicidi avvenuti sul suo territorio e per la prima volta viene riconosciuta una identità giuridica propria al concetto di femminicidio quale omicidio di una donna per motivi di genere².
La sentenza ha ritenuto responsabile lo Stato messicano responsabile per non aver adeguatamente prevenuto la morte delle tre giovani donne.
La Corte altresì ha ritenuto che i casi individuali delle tre ragazze fossero rappresentativi di una situazione strutturale di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali delle donne sulla base del genere di appartenenza. Infatti, nella sentenza si riconosce che la violenza subita dalle donne di Ciudad Juarez fin dal 1993 costituisce una violazione strutturale dei loro diritti umani della quale è responsabile lo Stato messicano.
Lo Stato messicano è stato condannato per aver violato il diritto alla vita, all’integrità psicofisica ed alla libertà delle tre vittime, per aver condotto indagini inadeguate, e dunque per aver violato il diritto alla tutela giurisdizionale anche nei confronti delle loro famiglie, per aver violato il diritto delle minori ad avere protezione da parte dello stato, per aver violato il diritto all’integrità psicofisica dei famigliari delle vittime per le sofferenze loro causate e per le pressioni avanzate nei loro confronti. Inoltre, è stato condannato per averle discriminate in quanto donne, nel venir meno al rispetto dell’obbligazione dello Stato di garantire il pieno e libero esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti, che in questo caso sono stati ritenuti violati.
Per tale motivo, lo Stato messicano è stato condannato, al fine di riparare al danno arrecato mediante la violazione dei diritti delle tre giovani e delle loro famiglie, non solo alle vittime ma alle donne messicane tutte, ad adempiere ad una serie di sanzioni imposte dalla Corte.
Tra le sanzioni inflitte vi era la pubblicazione della sentenza, la creazione di un database digitale con i nomi di tutte le donne scomparse nella regione del Chihuahua a partire dal 1993, la definizione di un protocollo per i casi di violenza contro le donne e la creazione di un programma di educazione per la popolazione, per i dirigenti e per i reparti di polizia al fine di superare la dimensione sistematica della discriminazione e la violenza di genere.
A quanto risulta, le misure richiesta dalla Corte, non sono mai state attuate dal Messico, con l’eccezione della pubblicazione della sentenza.
La situazione del Messico è grave e in altre zone del mondo la condizione della donna è anche peggiore. In Italia sono stati fatti molti passi avanti, ma la strada verso una completa emancipazione della donna è ancora da percorrere. Infatti una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Talpis contro Italia, qui trovate un articolo a riguardo) ha infatti condannato lo Stato italiano per l’inerzia delle autorità nella protezione della ricorrente vittima di violenze domestiche (che hanno portato poi all’uccisione del figlio), inerzia che viene dalla Corte collegata ad un atteggiamento di inaccettabile tolleranza verso le violenze contro le donne soprattutto nell’ambito domestico/familiare.

Roberto Loffredo

Qui il testo in inglese della sentenza: sentenza Campo Algodonero

1 La Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo, con sede a San Josè (Costa Rica), è un tribunale internazionale, a carattere regionale, che mira a tutelare i diritti umani. Essa nasce in forza della Convenzione Interamericana dei Diritti dell’Uomo adottata nel 1968 ed è entrata in vigore  nel 1978. Al sistema interamericano partecipano gli stati del centro-sud America, mentre ne rimangono fuori Stati Uniti e Canada. La Convenzione prevede l’istituzione di una Commissione e di una  Corte. Quest’ultima svolge due diverse funzioni., una consultiva e una contenziosa. La funzione consultiva permette alla Corte di elaborare delle opinioni su interrogativi posti dagli Stati membri dell’Organizzazione degli stati americani (OSA) o dagli organi dell’organizzazione anche in merito a questioni circa l’interpretazione della Convenzione. La funzione contenziosa permette invece alla Corte di accertare la responsabilità di uno Stato accusato di aver violato i diritti e le libertà  previste dalla Convenzione. L’accesso alla Corte tuttavia non è diretto,  ma è subordinato alla presentazione del caso da parte di uno Stato aderente alla Convenzione o dalla stessa Commissione che, tra le sue diverse funzioni, svolge anche quella di “filtro” delle denunce sulla presunta violazione dei diritti umani presentate da parte dei privati cittadini. Il potere sanzionatorio della Corte nei confronti dello Stato comprende sia l’ordine di far rispettare il diritto o la libertà violato, che quello di obbligare lo stesso alla riparazione delle conseguenze derivanti della violazione sino al pagamento di un’indennità alla persona offesa. La Corte interamericana dei diritti dell’uomo si inserisce in un disegno di sistemi regionali di tutela dei principi fondamentali riconoscendo così valore universale  ai diritti umani e al loro sviluppo. E’ frequente infatti che la giurisprudenza della stessa Corte faccia riferimento a quella della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e viceversa.

2 I rappresentanti della Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo hanno spiegato che il femminicidio consiste in “an extreme form of violence  against women; the murder of girls and women merely because of their gender in a society that subordinates them” che coinvolge “a combination of factors, including cultural, economic and political elements”. Lo stesso Stato del Mexico all’art. 21 della General Law on the Access of Women to a Life Free of Violence, in vigore dal 2007,  definisce il femminicidio come “the extreme form of gender violence against women, resulting from the violation of their human rights in the public and private sphere, comprising a series of misogynous conducts that can lead to the impunity of the State and society and may culminate in the homicide or other forms of violent death of women”. La Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo ha usato l’espressione “gender-based murders of women” per indicare il femminicidio.

Note a cura della Dott.ssa Marta Manzoni