Riforma della responsabilità medica: cosa cambia veramente?

image001

Di fronte a un auditorio altamente qualificato, composto da avvocati, medici legali e operatori del diritto, si sono confrontati 7 relatori, esperti del settore della responsabilità medica (Dott. Giovanni Polato – Presidente ANEIS, Avv. Nicola Todeschini di Treviso, Avv. Andrea Dondè di Milano, Prof. Bellocco medico-legale dell’Università Sacro Cuore del Policlinico Gemelli di Roma, On. Avv. Andrea Colletti di Pescara, Avv. Stefano Rossi di Bergamo e l’Avv. Massimo Dragone di Venezia) i quali hanno illustrato le principali novità, e soprattutto criticità, della recente legge n. 24/2017, Gelli-Bianco, entrata in vigore il 1 aprile 2017.

Ne è emerso un quadro tutt’altro che rassicurante, ben diverso da quello, quantomai edulcorato, che è stato a più riprese fornito da molti mass-media, in forza di una lettura un po’ affrettata e forse compiacente alle compagnie di assicurazione.

Importanti dubbi suscitano in particolare i seguenti aspetti della normativa:

  • La responsabilità penale del medico: è vera emergenza?

L’esigenza di riformare il regime di responsabilità penale dell’esercente di una professione sanitaria è stata indotta da una paventata emergenza del contenzioso penale nei confronti dei medici. Tuttavia, tale “ansia da riforma” non trova riscontri statistici, in quanto il numero di condanne penali a carico dei medici per responsabilità professionale è bassissimo. D’altra parte, se il vero obiettivo fosse quello di evitare l’avvio di indagini e procedimenti penali nei confronti dei medici, si dovrebbe ammettere che nessuna riforma legislativa potrà mai metter a tacere un paziente insoddisfatto, che voglia provocare la reazione dello Stato sporgendo una denuncia penale. L’unica via praticabile sarebbe quella di depenalizzare le condotte di reato commesse colpevolmente nell’esercizio della professione sanitaria.

Tuttavia, la riforma Gelli-Bianco sembra andare in senso inverso, essendosi ampliate le ipotesi di responsabilità dei sanitari, i quali si trovano ora a rispondere a prescindere dalla gradazione della colpa (sparisce infatti ogni riferimento ai concetti di colpa live o grave), con l’unica scusante dell’imperizia, sempre nel caso in cui essi abbiano seguite le linee guida ritenute idonee al caso. Sul punto si è recentemente espressa la Cassazione Penale che con decisione n. 3/2017, ha stabilito che il nuovo art. 590-sexies “trova applicazione solo ai fatti commessi successivamente all’entrata in vigore della novella”, proprio in ragione del fatto che essa determina un regime di responsabilità più sfavorevole al reo.

  • La responsabilità civile: davvero la libertà del medico finisce dove inizia il contatto sociale?

Una delle tanto declamate conquiste della riforma verterebbe nell’introduzione del cosiddetto “doppio binario“ di responsabilità civile: contrattuale per le strutture sanitarie ed extracontrattuale per i medici. Come noto, la responsabilità extracontrattuale presenta delle caratteristiche più favorevoli al professionista cui sia contestata la condotta in sede civile, tra cui un termine di prescrizione più breve (di 5 anni invece di 10) e l’onere della prova a carico dell’attore. Tuttavia, l’articolo 7 della riforma non traccia una divisione così netta: la responsabilità contrattuale del medico persiste ove egli “abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente”.  Per non svuotare la novella di significato, ci  si vedrebbe costretti ad abbandonare la teoria del contatto sociale, in base alla quale il contatto tra paziente e medico fa sorgere un rapporto di fatto di per sè meritevole di tutela in quanto la parte più debole (il paziente) si affida alla controparte (il medico), che assume così l’obbligazione di proteggerla.

Orbene, il voler negare che tra i professionisti sanitari (della cui opera si avvalgono strutture e aziende sanitarie) e i pazienti di tali strutture possa sorgere tale tipo di obbligazione, costituirebbe un chiaro attacco alla loro autonomia. Una volta tolta al medico la titolarità di quella fase preliminare della prestazione sanitaria, basata sull’incontro e lo scambio di informazioni con il paziente, tramite il quale quest’ultimo matura la fiducia nei confronti del professionista, il ruolo del sanitario viene relegato alla mera esecuzione della prestazione sanitaria, al pari di un operaio in catena di montaggio, che si occupi solamente di mettere in pratica direttive provenienti dall’alto.

In realtà, inquadrando la norma all’interno del consolidato orientamento giurisprudenziale su cui si sono formate le teorie del contatto o, più correttamente, contratto sociale, non può seriamente mettersi in discussione il valore giuridico che sorge dalla relazione, talvolta breve ma sempre e comunque intensa e fondamentale che intercorre tra medico e paziente, caratterizzata dall’imprescindibile rapporto di fiducia e dal consenso informato su cui verte qualsiasi trattamento sanitario (art. 32 c.2 Cost).

  • Linee guida: ma chi c’è al volante?

Le summenzionate “direttive dall’alto” non sarebbero poi altro che le tanto acclamate “linee guida”, ossia raccomandazioni sulle prassi terapeutiche da seguire, formulate da enti che abbiano superato il vaglio del Ministero della Salute (art. 5 della legge). Lo Stato Italiano, in assenza di un ente indipendente che vigili sulla codificazione delle linee guida, assume quindi un ruolo preponderante nella definizione delle strategie medico-sanitarie. Le “best practices” che fungono da faro per l’attività dei medici, dovrebbero essere idealmente ricavate dalla lettura medico-scientifica e dai risultati della scienza empirica di più alto livello nel panorama internazionale. Il rischio è che questa riforma invece di codificare la scienza al servizio del paziente, abbia in realtà l’obiettivo di elaborare una sorta di “medicina di Stato”, che presumibilmente sarà più sensibile a ragioni di opportunità politico-economica, che agli ultimi sviluppi scientifici in materia di tutela della salute. Insomma, rimanendo nella metafora, le linee guida scelte dalla riforma sanitaria sembrano dirigere la vettura del Sistema Sanitario verso mete finanziarie piuttosto che verso la miglior cura del paziente.

Se poi ci chiedessimo chi siede al volante della macchina statale troveremmo la risposta nell’ art. 10 della novella che, a fronte della summenzionata esautorazione del singolo professionista, consegna la custodia della salute del paziente interamente nelle mani delle compagnie di assicurazione.

  • La crisi del legislatore: “tanto poi ci pensa la giurisprudenza”

E’ sufficiente leggere l’art. 8, che dovrebbe dettare le “nuove” regole processuali, per capire che qualcosa non torna. L’unico punto apparentemente chiaro della norma, che prevede l’esperimento obbligatorio di un procedimento di accertamento tecnico preventivo, viene subito intorbidito con l’introduzione al c.2  di una possibile alternativa, costituita dal procedimento di mediazione. Tuttavia, tale concessione viene poi completamente taciuta nei commi successivi, lasciando più di una perplessità quanto alle modalità di prosecuzione della fase di merito nel caso il procedimento sia iniziato con una mediazione (con esito negativo, come avviene nella quasi totalità dei casi).

La previsione di termini decadenziali tanto ristretti quanto incompatibili con la specifica materia lasciano chiaramente intendere che il redattore della norma sia un apprendista “allo sbaraglio”: quale operatore del diritto, avvezzo ai procedimenti civili di responsabilità medica, potrebbe realisticamente aspettarsi che un procedimento di ATP si concluda in 6 mesi, o che le trattative a seguito del deposito della consulenza portino ad un risultato entro 90 giorni dal deposito della stessa? Ritenendo sicuramente lodevole la volontà di ridurre i tempi del procedimento, non si può che osservare che la previsione di termini così ingenuamente brevi, accompagnate da una terminologia giuridica vaga (per citare un esempio, non è chiaro cosa significhi che gli effetti della domanda -quale domanda?- sono salvi, al c.3) porterà diversi problemi operativi e questioni interpretative. Si evidenzia peraltro che la necessità di instaurare un procedimento sommario entro 90 giorni dal deposito della consulenza, porterà necessariamente all’avvio di tali procedimenti anche in casi in cui le trattative con la controparte siano in corso e potrebbero portare ad una soluzione transattiva della vicenda.

Questi e altri aspetti problematici del dettato normativo sono il sintomo di una malattia del nostro tempo, in cui un legislatore poco preparato e accorto si toglie da ogni impiccio delegando di fatto la propria funzione alla magistratura. Magistratura che per decidere guarderà sempre meno alle leggi, per tornare ai principi fondanti dell’ordinamento.

In chiusura dell’interessantissimo incontro di studio, l’Avvocato Massimo Dragone ha trattato i rapporti tra il diritto interno e quello sovranazionale nello specifico tema della responsabilità medica, illustrando alcuni tra i più recenti ed importanti casi trattati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riguardanti le vittime di malpractice medica nell’ambito dei 47 Stati facenti parte del Consiglio d’Europa.

La maggior parte delle condanne degli Stati attengono alla violazione del diritto alla vita (articolo 2 CEDU), nel cui ambito viene fatto rientrare anche il diritto alla salute, secondo l’accezione ampia e sostanzialistica della Corte EDU. Si tratta, per lo più, della violazione di obblighi positivi da parte degli Stati cui viene addebitato dalla Corte l’inefficienza dell’ordinamento giuridico ed amministrativo interno.  Molto spesso gli apparati statali si sono rivelati incapaci di affrontare in modo efficiente e tempestivo gli errori o le carenze del sistema sanitario, vuoi per deficit di natura organizzativa o per difetto di comunicazione/informazione al paziente. In sostanza uno Stato passivo o peggio, latitante, di fronte alla morte o alla lesione della salute di un proprio cittadino (o di una persona comunque sottoposta alla sua giurisdizione) a causa di negligenza medica può venire condannato dalla Corte di Strasburgo per la violazione degli obblighi positivi sullo stesso gravanti.

Anche l’inefficienza, o secondo la terminologia della Corte EDU, la mancanza di effettività del sistema giudiziario, così come l’eccessiva durata dei processi interni, può comportare la violazione dell’obbligo positivo degli Stati sotto il profilo procedurale.

In varie occasioni anche l’Italia è stata condannata (ex multis: G.N. e altri contro Italia, sentenza del 1 dicembre 2009, D.A. e altri c. Italia, sentenza del 14 gennaio 2016), salvandosi talvolta in extremis con un risarcimento offerto in via transattiva ai genitori della vittima (Calvelli e Ciglio c. Italia, sentenza del 17 gennaio 2002).

Si tratta di un tema di assoluta attualità e interesse.

In chiusura ci si è dati appuntamento ad un prossimo incontro, per affrontare nuovamente i temi della responsabilità medica a distanza di almeno un anno dalla entrata in vigore della riforma, per valutare e commentare quelli che saranno gli sviluppi pratici e applicativi della nuova normativa.

  Avv. Massimo Dragone                                                 Dott.ssa Stefania Carrer

 

Disastri ambientali alla Corte di Strasburgo

Petrolchimico Marghera

Dallo scandalo dell’Ilva di Taranto, ai terreni contaminati dallo stabilimento chimico Caffaro a Brescia, ai fumi tossici che stanno soffocando i cittadini di Pomezia e dintorni in questi giorni: da nord a sud, ed ora anche al centro, la nostra Penisola è devastata dai disastri ambientali.

Un’ulteriore triste conferma dell’italica incapacità di attuare in via preventiva quelle misure precauzionali essenziali per tutelare la salute dei cittadini dalle devastazioni ambientali, sempre più frequenti.

Quel che è peggio, però, è che al danno si aggiunge la beffa (si fa per dire, perché non c’è affatto da scherzare) della mancanza di tutela effettiva, rimanendo per lo più ignoti o impuniti i responsabili.

Che fare, nel caso, non infrequente, in cui i processi si risolvano in un nulla di fatto?

Benché la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) non preveda un autonomo diritto alla salubrità dell’ambiente, la Corte di Strasburgo ha comunque accordato tutela alle vittime dei danni ambientali, attraverso la sua interpretazione evolutiva delle norme della Convenzione.

In particolare, a seconda del tipo di danno provocato dalle attività inquinanti, è stato invocato dalle vittime la violazione del diritto alla vita (art. 2 CEDU) o del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU). Attraverso l’analisi della giurisprudenza della Corte EDU è possibile individuare gli attuali obblighi degli Stati nell’ambito della protezione dell’ambiente.

Nel caso Lopez Ostra c. Spagna (n. 16798/1990) la vittima, che viveva nei pressi di un impianto per il trattamento degli scarti da concerie, lamentava che le esalazioni di gas e degli odori provenienti dal suddetto impianto avessero causato gravi problemi di salute alla sua famiglia. In particolare, dall’apertura dello stabilimento la figlia della ricorrente aveva incominciato a soffrire di gravi problemi respiratori legati ad un costante stato di stress e ansia, costringendo la famiglia a traslocare in una nuova abitazione, distante dall’impianto inquinante. Inizialmente, la signora Gregoria Lopez Ostra si era rivolta al Tribunale Amministrativo locale, chiedendo la chiusura dell’impianto inquinante nonché il risarcimento per i danni subiti ed in seguito si era appellata anche alla Corte Suprema e alla Corte Costituzionale spagnola, purtroppo sempre con esito negativo. Al termine di un iter giudiziario durato oltre 10 anni, nel 1990 portava il caso avanti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte, pur riconoscendo la gravità delle condizioni di vita a cui i ricorrenti erano sottoposti, non ha ritenuto si trattasse di trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 CEDU, ma aveva riqualificato il fatto accertando la violazione dell’articolo 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

La Spagna è stata condannata per non aver saputo realizzare un equo bilanciamento tra due interessi contrapposti. Da un lato, è meritevole di tutela l’interesse della collettività ad avere un impianto di depurazione, in modo da diminuire l’inquinamento e per favorire l’economia locale; dall’altro, i cittadini che abitano nei pressi dell’impianto hanno diritto ad un ambiente salubre e, di conseguenza, al rispetto e tutela della loro vita privata e familiare.

Da questo bilanciamento di interessi in conflitto deriva un obbligo positivo in capo allo Stato: il dovere di porre in essere tutti gli accorgimenti necessari per scongiurare che la messa in funzione di questi impianti abbia conseguenze negative spropositate sulla vita privata e familiare e sul diritto al godimento dell’abitazione dei singoli cittadini. La Spagna pertanto, non essendo riuscita ad attuare tale bilanciamento, veniva condannata a pagare una somma di denaro alla ricorrente a titolo di equa riparazione per la violazione subita.

Un altro leading case è rappresentato dalla decisione Guerra e altri c. Italia (n.116/1996/735/932) che trae origine dal ricorso presentato nel 1996 da 40 cittadine del comune di Manfredonia (BA), situato ad appena un chilometro dal Petrolchimico ANIC, stabilimento specializzato nella produzione di nylon e fertilizzanti. Le ricorrenti denunciavano che nel 1976 lo scoppio di una colonna di arsenico del suddetto stabilimento aveva causato l’emissione di grandi quantità di gas infiammabile e sostanze tossiche, con gravi effetti per la popolazione e senza che lo Stato avesse informato adeguatamente i cittadini dei rischi connessi. Nel 1985 veniva aperto un procedimento penale nei confronti dei dirigenti del petrolchimico che, tuttavia, vennero assolti definitivamente dalla Corte d’Appello di Bari nel 1994. Le donne di Manfredonia, insoddisfatte dell’esito della giustizia italiana, presentarono dunque ricorso alla Corte EDU, con esiti ben diversi. La Grande Camera ha infatti riconosciuto la violazione dell’articolo 8 CEDU, individuando un importante obbligo “procedurale” di informazione a cui l’Italia è venuta meno. Dal dovere di proteggere il diritto al rispetto della vita privata e familiare, contenuto nell’articolo 8 CEDU, discende anche l’obbligo di informare adeguatamente la popolazione in merito ai rischi potenziali di vivere in un territorio esposto al pericolo inquinamento. La Corte ha accertato che il Governo italiano, a 20 anni dall’incidente, non aveva ancora comunicato alla cittadinanza locale un piano per la prevenzione e la gestione delle emergenze ed ha pertanto condannato l’Italia a liquidare a ciascuno delle 40 ricorrenti 10.000.000 di lire a titolo di equa soddisfazione per i danni non patrimoniali subiti. A seguito di questa sentenza lo stabilimento venne chiuso e  l’azienda fu costretta ad occuparsi della bonifica del territorio e della rimozione dell’intero impianto.

Il ragionamento della Corte si evolve ulteriormente quando i disastri ambientali hanno conseguenze dirette sul diritto alla vita dei cittadini. Nel caso Oneryildiz c. Turchia (n. 48939/1999), il ricorrente lamentava le negligenze dell’autorità pubbliche per l’esplosione di una discarica, causata dal metano prodotto dai rifiuti, che aveva provocato la morte di 40 persone tra cui 9 componenti della sua famiglia. Inoltre, si denunciava la totale ineffettività dei procedimenti giudiziari interni: il procedimento penale si era concluso con l’assoluzione degli imputati, mentre il processo civile aveva accordato dei risarcimenti irrisori alle vittime. La Corte ha dichiarato la violazione sostanziale dell’art. 2 CEDU poiché lo Stato, pur conscio di un pericolo immediato e reale, non aveva compiuto gli sforzi necessari per prevenire l’esplosione e impedire la perdita di molte vite umane. Con questa sentenza la Corte ha affermato due principi importanti: 1) il dovere dello Stato di adottare un quadro legislativo ed amministrativo adeguato a proteggere le vita dei cittadini da qualunque tipo di minaccia, che nel caso di attività pericolose si era concretizzato anche nel dovere di informare adeguatamente i cittadini. 2) l’obbligo di garantire la punizione e la repressione delle violazioni delle leggi vigenti nell’ordinamento.

Per tale ragione la Corte condannava la Turchia a risarcire il ricorrente e ciascuno dei suoi figli sopravvissuti rispettivamente con 45.000 e 34.000 euro.

Infine, è interessante osservare il ragionamento adottato dalla Corte EDU nel caso Di Sarno e altri c. Italia, n. 30765/2008 (Sentenza Di Sarno) riguardante il problema dello smaltimento dei rifiuti nella periferia di Napoli tra il 2007 e il 2008. I 18 cittadini della città di Somma Vesuviana avevano adito direttamente la Corte EDU, senza prima rivolgersi ai tribunali nazionali, affermando che i ricorsi previsti dal diritto italiano non offrivano alcuna possibilità di ottenere una soluzione per la “crisi dei rifiuti”. La Corte ha ricordato in primo luogo che l’obbligo di esperire preventivamente i rimedi interni disponibili sussiste solo se questi sono, sia in teoria che in pratica, sufficienti ad ottenere la riparazione del danno lamentato e presentano ragionevoli prospettive di esito favorevole. La Corte ha quindi giudicato il ricorso procedibile osservando che, seppur i ricorrenti avessero adito i tribunali nazionali, non avrebbero comunque potuto ottenere la soddisfazione delle loro domande, ovvero la rimozione dei rifiuti. In particolare la Corte ha accolto la tesi degli attori che rilevavano come benché la “crisi dei rifiuti” perdurasse in Campania dal 1994, non era stata ancora emessa nessuna decisione giudiziaria che riconoscesse la responsabilità civile o penale delle autorità pubbliche o delle imprese che gestivano lo smaltimento dei rifiuti.

La Corte ha poi accertato che i ricorrenti avevano subito un deterioramento della qualità della loro vita, con grave pregiudizio del diritto al rispetto della vita familiare, poiché costretti a vivere in un ambiente inquinato nel periodo in cui la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti non era operativo. Partendo dal presupposto che la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono qualificabili come attività pericolose, la Corte dichiara la violazione dell’art. 8 CEDU, anche se i ricorrenti non avevano dimostrato di aver contratto nessuna patologia a causa dell’esposizione ai rifiuti. La Corte in questo modo sembra interpretare l’articolo 8 CEDU alla luce del principio di precauzione, tipico del diritto internazionale dell’ambiente. In base a tale principio, l’incertezza scientifica riguardo gli effetti negativi sull’ambiente di una certa attività non può giustificare la mancata adozione di misure adeguate a proteggere l’ambiente. Ne consegue che lo Stato ha dei margini di apprezzamento più ridotti nella scelta delle misure da adottare per adempiere ad obblighi positivi previsti dall’art. 8 della Convenzione.

Da questa analisi emerge come i danni alla persona prodotti da fenomeni di alterazione dell’ambiente siano frequentemente ricollegati dalla Corte EDU alle violazioni dell’articolo 8 della Convenzione. In questo modo, l’area di risarcibilità dell’individuo leso è stata allargata anche alle ipotesi di inquinamento di entità minore, cioè nei casi in cui non è direttamente a rischio la salute e l’integrità fisica della persona.

Tra il 2013 e il 2015 diversi cittadini della città di Taranto hanno presentato dei ricorsi davanti alla Corte di Strasburgo, accusando l’Italia di non aver protetto la vita e la salute dei cittadini dagli effetti nocivi delle emissioni dell’impianto Ilva. Il 17 maggio 2016 la Corte EDU ha ritenuto sufficientemente solide le prove presentate in via preliminare, aprendo il procedimento contro lo Stato italiano. Il nostro studio seguirà con vivo interesse l’evoluzione del processo augurandosi che l’Italia nel frattempo adotti tutte le misure necessarie per evitare profili di impunità e per garantire una tutela effettiva alla vittime dei danni ambientali.

Avv. Massimo Dragone

Dott. Giovanni Fassina

 

Articolo in merito alla detenzione illegale dei migranti in Ungheria – Condanna CEDU

actu-societe-CEDH_articlephoto

Segnaliamo un interessante articolo ad opera della Dott.ssa Stefania Carrer su una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha condannato l’Ungheria per detenzione illegittima dei migranti richiedenti asilo.

http://www.giurisprudenzapenale.com/2017/03/21/the-confinement-of-asylum-seekers-transit-zones-amounts-to-unlawful-detention-hungary-condemned-by-the-ecthr-for-multiple-violations-of-the-convention/

 

¡Ni Una Màs! No al femminicidio

ob_438a45_a46153dffbe14174fd0857f289c1

Ciudad Juarez, Messico

22 settembre 2011
Laura Berenice Ramos Monárez, anni 17, telefonò ad una amica e si avviò verso casa. Non ci arriverà mai.
10 ottobre 2001
Claudia Ivette González, anni 20, arrivò al lavoro nella maquiladora con due minuti di ritardo e, per questo motivo, non venne fatta entrare. Da allora nessuno la vide più.
29 ottobre 2001
Esmeralda Herrera Monreal, anni 15, uscì dal lavoro per rientrare a casa e sparì nel nulla.
Le famiglie denunciarono la scomparsa delle giovani, ma le denunce furono praticamente ignorate e la polizia non avviò mai delle serie indagini per ritrovare le ragazze.
I loro corpi, insieme a quelli di altri 5 giovani donne (mai identificate), furono ritrovati martoriati in in un campo di cotone poco fuori dalla città tra il 6 e il 7 novembre 2001. Le giovani donne erano state torturate, stuprate e infine uccise.
Il caso venne aperto e chiuso in pochi giorni.
Questo non è che uno dei moltissimi casi analoghi avvenuti negli ultimi 20 anni a Ciudad Juarez, che, non a caso, è stata soprannominata “la città che uccide le donne”.
Ciudad Juarez è una città nello Stato messicano del Chihuahua posta al confine con gli Stati Uniti d’America, di fronte a El Paso.
E’  una delle città più pericolose al mondo: per tre anni consecutivi, dal 2008 al 2010, ha “vantato” il poco glorioso titolo di metropoli più violenta al mondo.
Ma la violenza ha colpito in particolare le donne.
A partire dagli anni ’90 sono migliaia le donne che sono state uccise o sono sparite senza lasciar traccia nella zona.
Una stima parla di 3 donne che scompaiono ogni due giorni.
Ogni tanto il deserto restituisce il corpo martoriato di una giovane donna.
Quello che lascia attoniti è che nel 97% dei casi i colpevoli rimangono impuniti.
Le vittime sono per lo più giovani donne, tra i 15 e i 25 anni, di bassa estrazione sociale, di fisico minuto, con capelli lunghi e neri, che, in cerca di una emancipazione economica e sociale, oppure per aiutare o mantenere la propria famiglia, vanno a lavorare nelle maquiladoras (le fabbriche di montaggio delle multinazionali, soprattutto americane, ubicate lungo la frontiera).
Queste imprese preferiscono assumere giovani donne, anche minorenni, perché considerate, da un lato, più docili e meno consapevoli dei propri diritti e quindi più facilmente sfruttabili e pronte ad accettare condizioni di lavoro molto dure e salari bassissimi, dall’altro, più adatte al lavoro minuzioso e ripetitivo come quello richiesto in queste fabbriche.
Le modalità degli omicidi sono molto simili tra loro: sequestro, stupro, tortura e infine omicidio.
Si è parlato di serial killer, di riti satanici, di smuff movies ((film in cui la vittima viene violentata, torturata e uccisa di fronte alla macchina da presa), di delitti collegati al narcotraffico, molto attivo in quella zona. Probabilmente si tratta di questo ed altro ed infatti il clima di impunità che si è venuto a creare in quella zona unito ad una cultura “machista”, ancora predominante in Messico, potrebbe aver favorito una sorta di emulazione perversa, favorendo il proliferare di delitti contro le donne.
Quel che è sicuro è che si tratti di delitti accumunati da una visione della donna che viene considerata come un oggetto “usa e getta” che si può violare ed eliminare.
Quello che lascia attoniti, come detto, è che si tratta di delitti del tutto impuniti, solo in pochissimi casi si è giunti alla condanna di un colpevole, nella maggioranza dei casi le indagini non vengono nemmeno concretamente svolte.
Le autorità locali solitamente minimizzano, giungendo anche a parlare delle vittime come di prostitute o di persone legate al narcotraffico. Se qualcuno protesta e chiede giustizia, viene fatto passare come una persona che vuole soltanto infangare l’immagine della città e del proprio paese, e spesso viene addirittura minacciato.
Tale situazione è dovuta sicuramente al potere esercitato sulla zona dal Cartello della droga di Juarez, che verosimilmente ha forti legami con le istituzioni locali.
Sicuramente influisce il fatto che le vittime siano donne povere, in una zona come quella, dove il valore della vita è già di per sé basso, il valore della vita di una giovane donna per di più povera non deve valere nulla …
E sicuramente il clima di impunità è dovuto all’atteggiamento lassista nei confronti dei crimini contro le donne (fino a qualche anno fa un uomo accusato di stupro poteva facilmente godere di generose attenuanti se la vittima portava i jeans o se camminava da sola per la strada con atteggiamento equivoco o in minigonna …).
Ma qualcosa si è mosso per contrastare tale situazione.
Ci sono state campagne internazionali promosse da organizzazioni non governative quali Amnesty International e soprattutto si è riusciti a portare un caso avanti alla Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo.
Si tratta proprio del caso di Claudia Ivette González, Esmeralda Herrera Monreal e Laura Berenice Ramos Monárrez, caso che venne chiamato “Campo Algodonero”, campo di cotone in spagnolo, per ricordare il luogo dove sono stati ritrovati i corpi.
Infatti le madri delle tre ragazze non si sono date per vinte e hanno presentato delle petizioni individuali contro il Messico presso la Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo (CIDH).
Le petizioni vennero giudicate ammissibili e il caso venne trasferito alla Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo¹.

Il 10 dicembre 2009, lo stesso giorno in cui si commemora la firma della Dichiarazione universale sui diritti umani, venne emessa la sentenza.

E’ una sentenza storica perché per la prima volta a livello mondiale uno Stato viene dichiarato responsabile per i femminicidi avvenuti sul suo territorio e per la prima volta viene riconosciuta una identità giuridica propria al concetto di femminicidio quale omicidio di una donna per motivi di genere².
La sentenza ha ritenuto responsabile lo Stato messicano responsabile per non aver adeguatamente prevenuto la morte delle tre giovani donne.
La Corte altresì ha ritenuto che i casi individuali delle tre ragazze fossero rappresentativi di una situazione strutturale di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali delle donne sulla base del genere di appartenenza. Infatti, nella sentenza si riconosce che la violenza subita dalle donne di Ciudad Juarez fin dal 1993 costituisce una violazione strutturale dei loro diritti umani della quale è responsabile lo Stato messicano.
Lo Stato messicano è stato condannato per aver violato il diritto alla vita, all’integrità psicofisica ed alla libertà delle tre vittime, per aver condotto indagini inadeguate, e dunque per aver violato il diritto alla tutela giurisdizionale anche nei confronti delle loro famiglie, per aver violato il diritto delle minori ad avere protezione da parte dello stato, per aver violato il diritto all’integrità psicofisica dei famigliari delle vittime per le sofferenze loro causate e per le pressioni avanzate nei loro confronti. Inoltre, è stato condannato per averle discriminate in quanto donne, nel venir meno al rispetto dell’obbligazione dello Stato di garantire il pieno e libero esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti, che in questo caso sono stati ritenuti violati.
Per tale motivo, lo Stato messicano è stato condannato, al fine di riparare al danno arrecato mediante la violazione dei diritti delle tre giovani e delle loro famiglie, non solo alle vittime ma alle donne messicane tutte, ad adempiere ad una serie di sanzioni imposte dalla Corte.
Tra le sanzioni inflitte vi era la pubblicazione della sentenza, la creazione di un database digitale con i nomi di tutte le donne scomparse nella regione del Chihuahua a partire dal 1993, la definizione di un protocollo per i casi di violenza contro le donne e la creazione di un programma di educazione per la popolazione, per i dirigenti e per i reparti di polizia al fine di superare la dimensione sistematica della discriminazione e la violenza di genere.
A quanto risulta, le misure richiesta dalla Corte, non sono mai state attuate dal Messico, con l’eccezione della pubblicazione della sentenza.
La situazione del Messico è grave e in altre zone del mondo la condizione della donna è anche peggiore. In Italia sono stati fatti molti passi avanti, ma la strada verso una completa emancipazione della donna è ancora da percorrere. Infatti una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Talpis contro Italia, qui trovate un articolo a riguardo) ha infatti condannato lo Stato italiano per l’inerzia delle autorità nella protezione della ricorrente vittima di violenze domestiche (che hanno portato poi all’uccisione del figlio), inerzia che viene dalla Corte collegata ad un atteggiamento di inaccettabile tolleranza verso le violenze contro le donne soprattutto nell’ambito domestico/familiare.

Roberto Loffredo

Qui il testo in inglese della sentenza: sentenza Campo Algodonero

1 La Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo, con sede a San Josè (Costa Rica), è un tribunale internazionale, a carattere regionale, che mira a tutelare i diritti umani. Essa nasce in forza della Convenzione Interamericana dei Diritti dell’Uomo adottata nel 1968 ed è entrata in vigore  nel 1978. Al sistema interamericano partecipano gli stati del centro-sud America, mentre ne rimangono fuori Stati Uniti e Canada. La Convenzione prevede l’istituzione di una Commissione e di una  Corte. Quest’ultima svolge due diverse funzioni., una consultiva e una contenziosa. La funzione consultiva permette alla Corte di elaborare delle opinioni su interrogativi posti dagli Stati membri dell’Organizzazione degli stati americani (OSA) o dagli organi dell’organizzazione anche in merito a questioni circa l’interpretazione della Convenzione. La funzione contenziosa permette invece alla Corte di accertare la responsabilità di uno Stato accusato di aver violato i diritti e le libertà  previste dalla Convenzione. L’accesso alla Corte tuttavia non è diretto,  ma è subordinato alla presentazione del caso da parte di uno Stato aderente alla Convenzione o dalla stessa Commissione che, tra le sue diverse funzioni, svolge anche quella di “filtro” delle denunce sulla presunta violazione dei diritti umani presentate da parte dei privati cittadini. Il potere sanzionatorio della Corte nei confronti dello Stato comprende sia l’ordine di far rispettare il diritto o la libertà violato, che quello di obbligare lo stesso alla riparazione delle conseguenze derivanti della violazione sino al pagamento di un’indennità alla persona offesa. La Corte interamericana dei diritti dell’uomo si inserisce in un disegno di sistemi regionali di tutela dei principi fondamentali riconoscendo così valore universale  ai diritti umani e al loro sviluppo. E’ frequente infatti che la giurisprudenza della stessa Corte faccia riferimento a quella della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e viceversa.

2 I rappresentanti della Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo hanno spiegato che il femminicidio consiste in “an extreme form of violence  against women; the murder of girls and women merely because of their gender in a society that subordinates them” che coinvolge “a combination of factors, including cultural, economic and political elements”. Lo stesso Stato del Mexico all’art. 21 della General Law on the Access of Women to a Life Free of Violence, in vigore dal 2007,  definisce il femminicidio come “the extreme form of gender violence against women, resulting from the violation of their human rights in the public and private sphere, comprising a series of misogynous conducts that can lead to the impunity of the State and society and may culminate in the homicide or other forms of violent death of women”. La Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo ha usato l’espressione “gender-based murders of women” per indicare il femminicidio.

Note a cura della Dott.ssa Marta Manzoni

 

Quello che le mimose non dicono: Italia bocciata sulla lotta alla violenza contro le donne

no hate speech

Nel giorno in cui più degli altri si celebra la donna,  mettere il dito nella piaghe del nostro Paese quanto a discriminazione sessuale e lotta alla violenza di genere non ha tanto l’intento di smorzare il valore delle conquiste sociali, economiche e politiche ottenute dalle donne nel mondo, quanto quello di rendere la commemorazione più consapevole e partecipata.

Appare pertanto doveroso ricordare che in una recentissima sentenza la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU, Sezione Prima, Sentenza Talpis c. Italia, 2 marzo 2017, ric. n. 41237/14) ha condannato l’Italia per violazione degli articoli della Convenzione  2, Diritto alla vita, 3 Proibizione della tortura e 14, Divieto di discriminazione (in combinato disposto con i primi due). Nel caso che ha dato origine a tale pronuncia, l’appello rivolto alle autorità statali da una donna perseguitata dalle violenze e dalle minacce del marito rimaneva inascoltato, con esiti drammatici.

La ricorrente, vittima da anni dell’atteggiamento violento del marito e allontanatasi per timore dal domicilio di famiglia, nel settembre 2012 si risolveva a sporgere denuncia nei confronti del coniuge a seguito di due episodi di aggressione particolarmente gravi avvenuti nei mesi precedenti e già verbalizzati dalle forze dell’ordine. Nell’intento di proteggere l’incolumità propria e quella dei suoi due figli, la donna richiedeva la predisposizione di misure cautelari e l’allontanamento del marito.

A tale denuncia seguiva un lungo periodo di inerzia delle autorità preposte alle investigazioni, periodo in cui la donna continuava a subire telefonicamente le vessazioni e intimidazioni del marito che voleva indurla a ritirare le accuse. Solo sette mesi più tardi, la signora Talpis veniva sentita dalla polizia giudiziaria ma, intimorita dalle possibili reazioni del marito, ritrattava le proprie dichiarazioni edulcorando la gravità dei fatti. Il procedimento veniva archiviato quanto ai capi d’accusa relativi a maltrattamenti familiari (art. 572 c.p.) e minacce, mentre proseguiva  per l’accusa di lesioni personali (art. 582 c.p.).

Nel novembre 2013 l’uomo riceva la notifica del suo rinvio a giudizio innanzi al Giudice di Pace. A distanza di pochi giorni si consumava l’ultimo e fatale episodio di aggressione, che culminava con la morte per accoltellamento del figlio corso in protezione della madre e con gravi ferite al petto per quest’ultima.

La Corte EDU ha accolto il ricorso della signora Talpis, ribadendo l’obbligo positivo per  Stato, dettato dall’art. 2 della Convenzione, di adottare tutte le misure necessarie alla protezione della vita delle persone entro la propria giurisdizione. E’ noto che negli ultimi anni l’Italia ha introdotto nell’ordinamento degli strumenti legislativi volti alla repressione delle violenze sessuali e domestiche, tra cui il reato di “atti persecutori” inserito nel codice penale con l. 38/2009 e le aggravanti per il cd. femminicidio, previste ai sensi della l. 119/2013. Sempre nel 2013, il Parlamento italiano ha approvato la ratifica della “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, la cosiddetta Convenzione di Istanbul.

Nel caso di specie la Corte ha  tuttavia rilevato che le autorità nazionali, non avendo agito rapidamente a seguito del deposito della denuncia, avevano di fatto privato lo strumento processuale  di ogni efficacia, creando un contesto di impunità favorevole alla ripetizione da parte del marito degli atti di violenza nei confronti di sua moglie e della sua famiglia. Esse inoltre non avevano valutato correttamente la situazione di pericolo reale e imminente in cui versavano la donna ed i figli, omettendo così di adottare quelle misure che ne avrebbero potuto evitare la realizzazione.

E’ altresì importante sottolineare che i giudici di Strasburgo hanno affermato che le violenze inflitte all’interessata, che si sono tradotte in lesioni corporali e in pressioni psicologiche, sono sufficientemente gravi per essere qualificate alla stregua di trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione. Stante il dovere dello Stato di agire con prontezza ed efficienza a tutela delle persone vulnerabili, nulla può spiegare, a detta della Corte, la passività delle istituzioni nel caso di specie, protrattasi per un periodo di ben sette mesi. Allo stesso modo, non è giustificabile il fatto che il procedimento penale per lesioni corporali aggravate avviato a seguito della denuncia della ricorrente sia durato tre anni, per concludersi solo l’1 ottobre 2015, quando un omicidio (a danno del figlio) e un tentato omicidio (a danno della ricorrente) si erano ormai consumati.

Non meno rilevanti sono le osservazioni svolte sulla violazione dell’art. 14 CEDU, ancor più significative se lette nel contesto commemorativo dell’8 marzo. Alla luce delle riscontrate inefficienze e lentezze operative delle autorità, la Corte ha affermato che tali condotte non consistono solo in una semplice mancanza o ritardo nel trattare i fatti di violenza domestica, ma sono sintomatiche di una radicata (ed incettabile) tolleranza socio-culturale nei confronti di tali fatti, che riflette un’attitudine discriminatoria nei confronti della vittima, in quanto donna. A suffragio di queste allegazioni, sia la ricorrente che i giudici hanno riportato i risultati delle indagini condotte a livello nazionale ed internazionale, che evidenziano l’allarmante situazione in Italia quanto a discriminazione di genere (in particolare le statistiche ISTAT e le conclusioni del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, così come quelle del Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne delle Nazioni Unite (CEDAW) ).

La vicenda oggetto di questa pronuncia sovranazionale è emblematica del generale contesto di impunità nel quale si consumano crimini generati da situazioni di illegittima  discriminazione, la maggior parte dei quali sconosciuti alle aule dei tribunali.

Oltre ad una doverosa presa di coscienza, sorge spontaneo chiedersi come poter agire concretamente per sradicare questa mentalità, tanto diffusa quanto pericolosa.

Nella convinzione che il contributo del cittadino sia fondamentale per un buon funzionamento delle istituzioni, il nostro studio accoglie l’invito diramato dall’Ordine degli Avvocati di Venezia ad aderire alla campagna di sensibilizzazione “No Hate Speech Movement”, avviata dal Consiglio d’Europa per combattere il razzismo e la discriminazione nelle loro espressioni online. E’ infatti tristemente noto che nell’epoca della comunicazione “social”,  violenza e sessismo scorrono su schermi e tastiere quasi indisturbate. Come riportato nel comunicato dell’Ordine degli Avvocati di Venezia, è possibile arginare questo fenomeno compiendo semplici gesti, quali: “esibire sui profili social il logo dell’iniziativa, contrassegnare con l’etichetta ‘Questo è sessista’ i post recanti materiali o commenti che contengano discorsi d’odio a sfondo sessista, anche utilizzando stereotipi di genere; intervenire nei post sessisti fornendo un’informazione corretta anche attraverso esempi che promuovono la parità di genere.”.

Dott.ssa Stefania Carrer

A nome di tutte le donne dello studio: Avv. Barbara Cestaro, Avv. Marta Guarda e Avv. Silvia Marzaro, Dott.ssa Marta Manzoni

e con il sostegno dei colleghi: Avvocati Massimo Dragone e Roberto Loffredo, Dottori Stefano Trevisan e Giovanni Fassina, Dott. Massimo Simeone

Potete trovare il testo della sentenza in lingua francese qui

Trovate parte del testo della sentenza riassunto e tradotto liberamente in italiano qui: Talpis c. Italia riassunto e traduzione

A questo link maggiori informazioni sulla campagna “No Hate Speech Movement”.