Riforma della responsabilità medica: cosa cambia veramente?

image001

Di fronte a un auditorio altamente qualificato, composto da avvocati, medici legali e operatori del diritto, si sono confrontati 7 relatori, esperti del settore della responsabilità medica (Dott. Giovanni Polato – Presidente ANEIS, Avv. Nicola Todeschini di Treviso, Avv. Andrea Dondè di Milano, Prof. Bellocco medico-legale dell’Università Sacro Cuore del Policlinico Gemelli di Roma, On. Avv. Andrea Colletti di Pescara, Avv. Stefano Rossi di Bergamo e l’Avv. Massimo Dragone di Venezia) i quali hanno illustrato le principali novità, e soprattutto criticità, della recente legge n. 24/2017, Gelli-Bianco, entrata in vigore il 1 aprile 2017.

Ne è emerso un quadro tutt’altro che rassicurante, ben diverso da quello, quantomai edulcorato, che è stato a più riprese fornito da molti mass-media, in forza di una lettura un po’ affrettata e forse compiacente alle compagnie di assicurazione.

Importanti dubbi suscitano in particolare i seguenti aspetti della normativa:

  • La responsabilità penale del medico: è vera emergenza?

L’esigenza di riformare il regime di responsabilità penale dell’esercente di una professione sanitaria è stata indotta da una paventata emergenza del contenzioso penale nei confronti dei medici. Tuttavia, tale “ansia da riforma” non trova riscontri statistici, in quanto il numero di condanne penali a carico dei medici per responsabilità professionale è bassissimo. D’altra parte, se il vero obiettivo fosse quello di evitare l’avvio di indagini e procedimenti penali nei confronti dei medici, si dovrebbe ammettere che nessuna riforma legislativa potrà mai metter a tacere un paziente insoddisfatto, che voglia provocare la reazione dello Stato sporgendo una denuncia penale. L’unica via praticabile sarebbe quella di depenalizzare le condotte di reato commesse colpevolmente nell’esercizio della professione sanitaria.

Tuttavia, la riforma Gelli-Bianco sembra andare in senso inverso, essendosi ampliate le ipotesi di responsabilità dei sanitari, i quali si trovano ora a rispondere a prescindere dalla gradazione della colpa (sparisce infatti ogni riferimento ai concetti di colpa live o grave), con l’unica scusante dell’imperizia, sempre nel caso in cui essi abbiano seguite le linee guida ritenute idonee al caso. Sul punto si è recentemente espressa la Cassazione Penale che con decisione n. 3/2017, ha stabilito che il nuovo art. 590-sexies “trova applicazione solo ai fatti commessi successivamente all’entrata in vigore della novella”, proprio in ragione del fatto che essa determina un regime di responsabilità più sfavorevole al reo.

  • La responsabilità civile: davvero la libertà del medico finisce dove inizia il contatto sociale?

Una delle tanto declamate conquiste della riforma verterebbe nell’introduzione del cosiddetto “doppio binario“ di responsabilità civile: contrattuale per le strutture sanitarie ed extracontrattuale per i medici. Come noto, la responsabilità extracontrattuale presenta delle caratteristiche più favorevoli al professionista cui sia contestata la condotta in sede civile, tra cui un termine di prescrizione più breve (di 5 anni invece di 10) e l’onere della prova a carico dell’attore. Tuttavia, l’articolo 7 della riforma non traccia una divisione così netta: la responsabilità contrattuale del medico persiste ove egli “abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente”.  Per non svuotare la novella di significato, ci  si vedrebbe costretti ad abbandonare la teoria del contatto sociale, in base alla quale il contatto tra paziente e medico fa sorgere un rapporto di fatto di per sè meritevole di tutela in quanto la parte più debole (il paziente) si affida alla controparte (il medico), che assume così l’obbligazione di proteggerla.

Orbene, il voler negare che tra i professionisti sanitari (della cui opera si avvalgono strutture e aziende sanitarie) e i pazienti di tali strutture possa sorgere tale tipo di obbligazione, costituirebbe un chiaro attacco alla loro autonomia. Una volta tolta al medico la titolarità di quella fase preliminare della prestazione sanitaria, basata sull’incontro e lo scambio di informazioni con il paziente, tramite il quale quest’ultimo matura la fiducia nei confronti del professionista, il ruolo del sanitario viene relegato alla mera esecuzione della prestazione sanitaria, al pari di un operaio in catena di montaggio, che si occupi solamente di mettere in pratica direttive provenienti dall’alto.

In realtà, inquadrando la norma all’interno del consolidato orientamento giurisprudenziale su cui si sono formate le teorie del contatto o, più correttamente, contratto sociale, non può seriamente mettersi in discussione il valore giuridico che sorge dalla relazione, talvolta breve ma sempre e comunque intensa e fondamentale che intercorre tra medico e paziente, caratterizzata dall’imprescindibile rapporto di fiducia e dal consenso informato su cui verte qualsiasi trattamento sanitario (art. 32 c.2 Cost).

  • Linee guida: ma chi c’è al volante?

Le summenzionate “direttive dall’alto” non sarebbero poi altro che le tanto acclamate “linee guida”, ossia raccomandazioni sulle prassi terapeutiche da seguire, formulate da enti che abbiano superato il vaglio del Ministero della Salute (art. 5 della legge). Lo Stato Italiano, in assenza di un ente indipendente che vigili sulla codificazione delle linee guida, assume quindi un ruolo preponderante nella definizione delle strategie medico-sanitarie. Le “best practices” che fungono da faro per l’attività dei medici, dovrebbero essere idealmente ricavate dalla lettura medico-scientifica e dai risultati della scienza empirica di più alto livello nel panorama internazionale. Il rischio è che questa riforma invece di codificare la scienza al servizio del paziente, abbia in realtà l’obiettivo di elaborare una sorta di “medicina di Stato”, che presumibilmente sarà più sensibile a ragioni di opportunità politico-economica, che agli ultimi sviluppi scientifici in materia di tutela della salute. Insomma, rimanendo nella metafora, le linee guida scelte dalla riforma sanitaria sembrano dirigere la vettura del Sistema Sanitario verso mete finanziarie piuttosto che verso la miglior cura del paziente.

Se poi ci chiedessimo chi siede al volante della macchina statale troveremmo la risposta nell’ art. 10 della novella che, a fronte della summenzionata esautorazione del singolo professionista, consegna la custodia della salute del paziente interamente nelle mani delle compagnie di assicurazione.

  • La crisi del legislatore: “tanto poi ci pensa la giurisprudenza”

E’ sufficiente leggere l’art. 8, che dovrebbe dettare le “nuove” regole processuali, per capire che qualcosa non torna. L’unico punto apparentemente chiaro della norma, che prevede l’esperimento obbligatorio di un procedimento di accertamento tecnico preventivo, viene subito intorbidito con l’introduzione al c.2  di una possibile alternativa, costituita dal procedimento di mediazione. Tuttavia, tale concessione viene poi completamente taciuta nei commi successivi, lasciando più di una perplessità quanto alle modalità di prosecuzione della fase di merito nel caso il procedimento sia iniziato con una mediazione (con esito negativo, come avviene nella quasi totalità dei casi).

La previsione di termini decadenziali tanto ristretti quanto incompatibili con la specifica materia lasciano chiaramente intendere che il redattore della norma sia un apprendista “allo sbaraglio”: quale operatore del diritto, avvezzo ai procedimenti civili di responsabilità medica, potrebbe realisticamente aspettarsi che un procedimento di ATP si concluda in 6 mesi, o che le trattative a seguito del deposito della consulenza portino ad un risultato entro 90 giorni dal deposito della stessa? Ritenendo sicuramente lodevole la volontà di ridurre i tempi del procedimento, non si può che osservare che la previsione di termini così ingenuamente brevi, accompagnate da una terminologia giuridica vaga (per citare un esempio, non è chiaro cosa significhi che gli effetti della domanda -quale domanda?- sono salvi, al c.3) porterà diversi problemi operativi e questioni interpretative. Si evidenzia peraltro che la necessità di instaurare un procedimento sommario entro 90 giorni dal deposito della consulenza, porterà necessariamente all’avvio di tali procedimenti anche in casi in cui le trattative con la controparte siano in corso e potrebbero portare ad una soluzione transattiva della vicenda.

Questi e altri aspetti problematici del dettato normativo sono il sintomo di una malattia del nostro tempo, in cui un legislatore poco preparato e accorto si toglie da ogni impiccio delegando di fatto la propria funzione alla magistratura. Magistratura che per decidere guarderà sempre meno alle leggi, per tornare ai principi fondanti dell’ordinamento.

In chiusura dell’interessantissimo incontro di studio, l’Avvocato Massimo Dragone ha trattato i rapporti tra il diritto interno e quello sovranazionale nello specifico tema della responsabilità medica, illustrando alcuni tra i più recenti ed importanti casi trattati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riguardanti le vittime di malpractice medica nell’ambito dei 47 Stati facenti parte del Consiglio d’Europa.

La maggior parte delle condanne degli Stati attengono alla violazione del diritto alla vita (articolo 2 CEDU), nel cui ambito viene fatto rientrare anche il diritto alla salute, secondo l’accezione ampia e sostanzialistica della Corte EDU. Si tratta, per lo più, della violazione di obblighi positivi da parte degli Stati cui viene addebitato dalla Corte l’inefficienza dell’ordinamento giuridico ed amministrativo interno.  Molto spesso gli apparati statali si sono rivelati incapaci di affrontare in modo efficiente e tempestivo gli errori o le carenze del sistema sanitario, vuoi per deficit di natura organizzativa o per difetto di comunicazione/informazione al paziente. In sostanza uno Stato passivo o peggio, latitante, di fronte alla morte o alla lesione della salute di un proprio cittadino (o di una persona comunque sottoposta alla sua giurisdizione) a causa di negligenza medica può venire condannato dalla Corte di Strasburgo per la violazione degli obblighi positivi sullo stesso gravanti.

Anche l’inefficienza, o secondo la terminologia della Corte EDU, la mancanza di effettività del sistema giudiziario, così come l’eccessiva durata dei processi interni, può comportare la violazione dell’obbligo positivo degli Stati sotto il profilo procedurale.

In varie occasioni anche l’Italia è stata condannata (ex multis: G.N. e altri contro Italia, sentenza del 1 dicembre 2009, D.A. e altri c. Italia, sentenza del 14 gennaio 2016), salvandosi talvolta in extremis con un risarcimento offerto in via transattiva ai genitori della vittima (Calvelli e Ciglio c. Italia, sentenza del 17 gennaio 2002).

Si tratta di un tema di assoluta attualità e interesse.

In chiusura ci si è dati appuntamento ad un prossimo incontro, per affrontare nuovamente i temi della responsabilità medica a distanza di almeno un anno dalla entrata in vigore della riforma, per valutare e commentare quelli che saranno gli sviluppi pratici e applicativi della nuova normativa.

  Avv. Massimo Dragone                                                 Dott.ssa Stefania Carrer

 

Convegno a Zelarino. Riforma della responsabilità medica: cosa cambia veramente?

image001

A Zelarino, presso il Centro Pastorale Cardinal Urbani, in data 27 aprile 2017 si terrà un importante incontro di studio, che vedrà la partecipazione anche dell’Avv. Massimo Dragone, sulla recente riforma della responsabilità medica.

PROGRAMMA DEI LAVORI

Ore 10.00 – Inizio dei lavori e introduzione
Coordina: Avv. Nicola Todeschini
PARTE I – Responsabilità medica
  • Dott. Giovanni Polato – Presidente Nazionale ANEIS
    • Considerazioni introduttive
  • Avv. Nicola Todeschini – Avvocato del Foro di Treviso, Esperto in malpractice medica
    • Dalla Legge Balduzzi alla Legge Gelli, cosa cambia veramente nella responsabilità civile?
  • Avv. Andrea Dondè – Avvocato del Foro di Milano
    • La riforma della responsabilità penale del medico.
  • Prof. Alberto Bellocco – Medico legale
    • Il nuovo ruolo del medico legale dopo la Legge Gelli.
Ore 13.30 – Pausa pranzo –
Ore 14.30 – Ripresa dei lavori
Coordina: Avv. Nicola Todeschini
PARTE II – I retroscena della riforma, opinioni a confronto
  • On. Avv. Andrea Colletti – Avvocato del Foro di Pescara, Deputato M5S, Esperto in Responsabilità Medica
    • L’iter tortuoso della riforma tra posizioni partigiane e tentativi di “mettere le mani” sulla malpractice medica.
  • Avv. Stefano Rossi –  Avvocato del Foro di Bergamo
    • Responsabilità sanitaria e costituzione. Profili di dubbia costituzionalità della Legge Gelli.
  • Avv. Massimo Dragone – Avvocato del Foro di Venezia
    • Vittima da malpractice medica e responsabilità dello Stato per violazione della CEDU.
PARTE III – Opinioni a confronto
Ore 17.00 – Opinioni a confronto sul tema:
  • L’autonomia del medico e del medico legale è a rischio? Quale ruolo stanno esercitando alcune associazioni insieme alla compagnie di assicurazione nel delicato mondo della malpractice medica?
Coordina: Avv. Nicola Todeschini
Ore 18.00 – Termine dei lavori

 

Quota di partecipazione: Euro 80,00 più IVA da versarsi con bonifico bancario

Iscrizione: tramite modulo online presente nel sito www.mediacampus.it

 

Incontro di studio sulla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo al Lido di Venezia

nicolo04

Nel magnifico scenario offerto dal Monastero di San Nicolò al Lido di Venezia, l’Avvocato Massimo Dragone e il Dott. Giovanni Fassina dello Studio Legale Dragone e Avvocati Associati Loffredo e Cestaro hanno partecipato all’incontro formativo dal titolo: “La tutela dei diritti umani presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – modulo avanzato” che si è svolto dal 16 al 18 dicembre 2016. Il corso, organizzato dal’ EIUC, era rivolto specialmente ad avvocati ed operatori del diritto con lo scopo di approfondire le questioni affrontate dalla giurisprudenza più recente sia a livello italiano che sovranazionale.

Durante la prima giornata il Giudice Dott. Giovanni Conti, Consigliere della Corte di Cassazione, ha discusso del valore che le sentenze emesse dalla Corte E.D.U. hanno nel diritto interno affrontando la questione del “conflitto” che può crearsi tra l’ordinamento italiano e quello CEDU a fronte del maggior livello di tutela offerto dalla Corte di Strasburgo rispetto al nostro diritto nazionale.

Nella seconda parte il Dott. Roberto Chenal, giurista presso la Cancelleria della Corte E.D.U., nonché coordinatore scientifico del corso, ha affrontato alcuni aspetti problematici legati alla nozione della “Quarta Istanza”. La Corte E.D.U., infatti, non si considera come una giurisdizione di revisione dei processi interni e, pertanto, quando viene chiamata unicamente a rivalutare l’esame del fatto e del diritto svolto dal giudice nazionale, deve dichiarare il ricorso irricevibile, a meno che tali questioni abbiano determinato una violazione dei diritti previsti dalla Convenzione e il ricorrente le abbia adeguatamente sollevate. Questa nozione assume, quindi, particolare importanza e va intesa da un lato, come un motivo di irricevibilità dei ricorsi, e dall’altro, come un elemento per determinare l’estensione del potere della Corte nell’accertamento del fatto e nell’interpretazione del diritto interno.

Nella seconda giornata il corso è stato tenuto dal Dott. Andrea Tamietti, Cancelliere aggiunto della IV sezione della Corte E.D.U., e dalla Dott.ssa Irene Biglino, giurista presso la Cancelleria della Corte E.D.U. Il Dott. Tamietti ha fornito una panoramica sui principali aspetti della tutela offerta dalla CEDU alle persone imputate e condannate penalmente facendo riferimento alla giurisprudenza della Corte e descrivendo alcuni leading cases. Egli si è soffermato in particolare su alcuni temi quali: l’utilizzazione di prove illegali o acquisite in maniera contraria alla Convenzione, le procedure contumaciali, il mutamento dell’accusa in corso di causa ed infine il principio nullum crimen sine lege garantito dall’art. 7 della Convenzione.

La Dott.ssa Biglino ha delineato, invece, gli elementi che caratterizzano il diritto di proprietà tutelato dall’art. 1 Protocollo 1 della Convenzione. In primo luogo la nozione di «beni», a cui si riferisce questo articolo, va inteso in senso ampio (il testo inglese usa il termine generico: “possessions”) ed, infatti, è applicabile anche ad altri diritti e interessi patrimoniali, tra cui i diritti di credito. Inoltre, ai sensi della giurisprudenza della Corte E.D.U., il ricorrente è sempre considerato titolare di un bene anche quando può vantare un’aspettativa legittima a veder realizzata la propria pretesa giuridica, ovvero ad ottenere un determinato valore patrimoniale, in base alla consolidata giurisprudenza interna o alla legislazione nazionale. In secondo luogo bisogna dimostrare il tipo di ingerenza verificatasi, che può consistere alternativamente in una privazione del bene od una regolamentazione dell’uso. Infine, la Corte accerterà la violazione del diritto di proprietà ogniqualvolta l’ingerenza dello Stato su questi “beni” non è giustificata da obiettivi motivi di interesse generale o non è adeguatamente proporzionata allo scopo perseguito.

Durante la mattina del 17 dicembre sono state lette e commentate dal Dott. Chenal  alcune recenti sentenze della Suprema Corte di Cassazione che evidenziano le divergenti valutazioni, in relazione all’applicabilità in Italia dei principi posti dalle pronunce della Corte EDU in materia di diritti umani protetti dalla Convenzione, tra le Corti di Roma e Strasburgo. In alcune sentenze traspare un certa riluttanza dei giudici nazionali ad aderire ai parametri di tutela dei diritti adottati dalla Corte E.D.U.

Come emerso nel dibattito è in corso una profonda evoluzione del sistema giurisdizionale, ove si scontrano la cultura del precedente giurisprudenziale come vincolante e il diverso principio della soggezione del giudice “soltanto alla legge” (art 102 Costituzione). Ma con tale fondamentale precetto costituzionale non potrebbe farsi riferimento alla legge come interpretata dalla giurisprudenza? Vengono in proposito in rilievo anche le recenti riforme del Legislatore interno che hanno incrementato la funzione nomifilattica della Suprema Corte di Cassazione.

Orbene, la situazione di apparente conflitto tra le Corti sottende in realtà ad un più ampio problema culturale di concezione e condivisione di determinati principi, che le nostre Corti faticano ancora ad accettare pienamente.

L’avvocato riveste, dunque, un ruolo fondamentale per stimolare una graduale evoluzione del nostro ordinamento, potendo proporre ai giudici nazionali argomentazioni giuridiche sostanziali, che testimoniano una riflessione “di sistema”, spingendo i Tribunali e le Corti interne a confrontarsi più spesso con i principi sviluppatisi nell’ambito C.E.D.U.

Al termine dell’incontro è emerso, dunque, come le domande di giustizia proposte alla Corte di Strasburgo garantiscano spesso una tutela maggiore rispetto a quella offerta dalla legislazione nazionale e dai giudici interni. In futuro questi due ordinamenti avranno un rapporto sempre più stretto e sarà compito degli avvocati essere costantemente preparati e aggiornati su questi temi per poter assicurare nella quotidianità della professione il più alto livello di protezione dei diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione Europea.

Avv. Massimo Dragone

Dott. Giovani Fassina

 

Relazione del Convegno: “Accesso alla giustizia per le vittime di violazioni dei diritti umani da parte delle imprese multinazionali. L’esercizio extraterritoriale della giurisdizione civile”

49742311-word-cloud-illustration-with-international-human-rights-day

In data 3 novembre 2016  lo Studio Legale Dragone e Avvocati Associati Loffredo e Cestaro ha partecipato al convegno che si è tenuta presso il palazzo di giustizia di Milano dal titolo: “Accesso alla giustizia per le vittime di violazioni dei diritti umani da parte delle imprese multinazionali. L’esercizio extraterritoriale della giurisdizione civile.”. L’evento è stato organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura e dal network HRIC (International Human Rights Corner) congiuntamente con l’Università degli Studi di Milano.

La conferenza riguardava le prospettive ed i limiti, pratici e legali, insiti nella sfida di portare in giudizio davanti agli organi giurisdizionali nazionali degli stati europei le società multinazionali che nei paesi più poveri o in via di sviluppo violano i diritti umani delle popolazioni locali.

La professoressa Angelica Bonfanti, docente presso l’Università degli Studi di Milano, ha aperto l’incontro  con l’illustrazione dei “Principi Guida dell’ONU in materia di imprese & diritti umani” (“Principi Guida”), adottati dal Consiglio ONU per i Diritti Umani nel 2011.

Questi principi, che rappresentano lo strumento internazionale di soft law più autorevole per prevenire le violazioni dei diritti umani legate all’attività imprenditoriale, si basano su tre pilastri. In primo luogo, è previsto il dovere degli stati di garantire la protezione dei diritti umani nelle attività d’impresa. Tale dovere consiste, da un lato, nell’obbligo dello stato di astenersi dal perpetrare violazioni dei diritti umani, e dall’altro, dall’obbligo positivo di porre in essere tutte le condotte necessarie per prevenire siffatte violazioni, attraverso l’adozione di politiche, norme e misure giurisdizionali appropriate. Tale obbligo si rende più pregnante ove vi sia un collegamento (per esempio in forma di partecipazione) tra lo stato e l’impresa.

Il secondo pilastro riguarda la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani, mentre il terzo prevede l’obbligo degli Stati di assicurare alle vittime degli abusi imprenditoriali l’accesso ad un rimedio effettivo, rimuovendo quelle barriere di carattere giuridico e pratico-procedurale che impediscono alle vittime un pieno accesso alla giustizia.

I Principi Guida, nonostante il loro carattere non vincolante, sono diventati un importante punto di riferimento a livello internazionale, tanto che la Commissione Europea nel 2011 ha invitato tutti gli Stati Membri a predisporre dei Piani d’Azione Nazionale (PAN) per dare attuazione a tali principi. L’Italia ha recentemente adottato il PAN “Imprese e diritti umani 2016 – 2021”, con l’obiettivo di promuovere e realizzare azioni-chiave, nel quadro legislativo e istituzionale, volte a limitare l’impatto negativo delle attività economiche sulla protezione dei diritti umani e garantire un rimedio effettivo alle vittime.

Nella seconda parte della conferenza sono intervenuti il Professor Sheldon Leader, direttore dell’Essex Business and human Rights Project, e l’Avvocato Giacomo Maria Cremonesi dello studio legale internazionale Caiazza and Partners  di Milano e cofondatore dell’HRC Network, illustrando le principali barriere normative dell’ordinamento italiano ed europeo riguardanti il contenzioso civile transnazionale.

Con l’avvento della globalizzazione e la crescita di gruppi di imprese multinazionali che operano in diversi paesi tramite aziende controllate è sempre più complesso individuare e dimostrare la responsabilità dell’impresa capogruppo per le violazioni dei diritti umani commesse dall’impresa sussidiaria. Ad avviso del Professor Leader, se i sistemi giurisdizionali nazionali non si adeguano a questo sistema economico predisponendo strumenti di tutela efficaci, c’è il rischio che le condotte di queste imprese rimangano spesso impunite.

La giurisdizione civile dei Paesi UE per i fatti commessi all’estero e la legge applicabile in questi casi sono disciplinate dai Regolamenti UE Bruxelles I bis e Roma II, spiega l’Avv. Cremonesi. Alcuni profili problematici si rilevano in tema di giurisdizione relativa alle imprese che non hanno la propria sede nell’Unione Europea, come le controllate estere di società europee. La giurisdizione in questi casi rimane disciplinata dalla legge nazionale di ciascuno stato mentre, secondo il Regolamento Roma II, la legge applicabile alle obbligazioni extracontrattuali che derivano da un fatto illecito è quella del paese in cui il danno si verifica (art. 4).

L’applicazione di questi criteri spiega lo scarso numero di cause transazionali portate di fronte alle corti degli stati europei in tema di imprese e diritti umani. Da considerare sono inoltre le difficoltà in ordine all’onere della prova, dal  momento che le informazioni sono concentrate nelle mani delle società.

Nell’ultima parte dell’incontro, di carattere più pratico, gli avvocati Luca Saltalamacchia dello Studio Saltalamacchia di Napoli e l’Avv. Daniel Leader, partner di Leight Day Law Firm, hanno raccontato la loro esperienza nell’assistere le vittime di violazioni dei diritti umani in cause contro alcune multinazionali europee.

L’avvocato Saltalamacchia, con la collaborazione della Sezione europea dell’ONG “Friends of the Earth”, sta lavorando ad una causa per il risarcimento dei danni ambientali provocati dallo sversamento di petrolio nel delta del fiume Niger ad opera di un’ impresa facente parte di un gruppo multinazionale italiano.

Il suo obiettivo è di chiamare la capogruppo con sede in Italia a rispondere delle violazioni di diritti umani compiute in Nigeria dinnanzi al giudice italiano, anche alla luce del fatto che il sistema giurisdizionale nigeriano non è in grado di offrire efficacemente giustizia alle vittime.

Tuttavia, nell’ordinamento italiano sono presenti diverse barriere pratiche e procedurali che impediscono un pieno accesso a rimedi di tipo giurisdizionale. Innanzitutto, problemi di giurisdizione: ci si deve chiedere se il giudice italiano possa eventualmente continuare il giudizio nei confronti della società controllata, ove la società controllante sia da ritenersi estranea alla vicenda. Molteplici sono poi le complicazioni pratiche: ad esempio, il fatto che il gratuito patrocinio non possa essere concesso a soggetti non residenti in Italia, rende necessario reperire un finanziatore interessato a sostenere gli alti costi della causa (trasferte, operazioni peritali, traduzioni…). Si pensi poi alla difficoltà di individuare la parte attrice, quando ad agire in giudizio è una comunità di individui estranei al sistema di identificazione fiscale italiano, tra i quali è necessario individuare un rappresentante. A ciò si aggiunga l’assoluta mancanza di precedenti, in quanto soprattutto nessuna corte italiana fino ad oggi è mai stata chiamata a decidere su casi di questo tipo.

L’avv. Leader ha portato la sua testimonianza sull’approccio dei tribunali inglesi a casi simili.   Alcuni degli ostacoli procedurali posti dai regolamenti UE sono stati superati, da una parte, stabilendo come foro competente quello dello Stato dove è stato compiuto l’atto dannoso, dall’altra, individuando nella condotta negligente della società madre (violazione del dovere di vigilanza) l’atto che ha dato origine al danno sofferto dalle vittime, anche se le conseguenze negative sono state sofferte all’estero. Secondo l’Avv. Leader, è preferibile accedere ad una corte di un paese UE quando i tribunali locali sono corrotti o il governo dello Stato terzo è complice nelle violazioni lamentate. Inoltre, si hanno maggiori garanzie di ottenere un risarcimento agendo contro la società madre, anziché contro la filiale, che spesso risulta insolvente. Lo studio Leight Day ha patrocinato molte cause davanti ai tribunali inglesi in tema di imprese e diritti umani: il caso più recente è quello della Shell che nel 2015 ha patteggiato 55 milioni di dollari come risarcimento dei danni ambientali causati alla comunità Bodo nel Delta del Niger.

Alla luce del contenuto degli interventi succedutesi in questo incontro, non si può che auspicare che gli ordinamenti giuridici e gli organi giurisdizionali nazionali adottino tutte le misure necessarie per evitare profili di impunità nei confronti delle società multinazionali e per garantire effettiva tutela giurisdizionale alle vittime di violazioni di diritti umani. Seguiremo inoltre con vivo interesse  l’evoluzione della materia nell’ambito dell’ordinamento italiano.

Dott. Giovanni Fassina

Dott.ssa Stefania Carrer

 

Sul referendum costituzionale

referendumm-costituzione

Tra una settimana saremo chiamati ad esprimere il nostro favore o il nostro dissenso alla riforma della Costituzione voluta dal Governo.

É un appuntamento molto importante perché ci viene chiesto di approvare o no una modifica della  carta costituzionale che é la legge fondamentale del nostro paese.

Al fine di giungere al voto preparati, Vi segnaliamo un appuntamento organizzato dall’Avv. Roberto Loffredo del nostro studio insieme al Club 41 di Mestre che vedrà la partecipazione di una esperta di diritto costituzionale, la dott.ssa Caterina Drigo dell’Università di Bologna, al fine di capire meglio tecnicamente quale è l’oggetto della riforma costituzionale, senza affrontare le relative questioni politiche, che vengono lasciate alla riflessione personale dei partecipanti.

L’incontro si terrà martedì 29 novembre 2016 alle ore 18.30 presso l’Auditorium della Cittadella dell’edilizia, Banchina dell’Azoto 15, Marghera Venezia.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Dall’altro lato Vi segnaliamo un articolo che può essere una buona base di partenza per approfondire la questione referendaria:

http://www.lastessamedaglia.it/2016/04/il-referendum-di-ottobre-spiegato-facile-facile/