Ostacoli all’aborto: la via delle Corti Europee

Abortire è probabilmente una delle scelte più difficili che una donna possa fare. Non importa quanto si è convinte: interrompere una gravidanza non è in nessun caso una decisione facile, priva di conseguenze emotive”. Secondo quanto riportato qualche tempo fa dal quotidiano La Stampa In Italia 7 ginecologi su 10 si oppongono all’applicazione della legge sull’aborto approvata nel 1978. Nel Molise gli operatori che si rifiutano di praticarlo sono il 93,3%. Nel Lazio e in Abruzzo l’80,7%”.

La difficoltà di trovare ginecologo e personale sanitario sono a volte insuperabili. E così molte donne sono costrette ad “emigrare” per abortire.

Riporta la CNN (qui il link all’articolo) che secondo il Ministero della Salute “non c’è alcun problema”. Tuttavia, dall’indagine condotta dalla prestigiosa emittente televisiva statunitense, la realtà di molte donne è assai diversa. 

Viene narrata la storia di Emma (nome di fantasia, per celare la reale identità della sfortunata protagonista), vittima di una condotta (nella miglior ipotesi) negligente, se non addirittura deliberatamente (“willfully”) ostile, del proprio medico “obiettore di coscienza”. Il ginecologo le aveva nascosto le malformazioni fetali del nascituro, attendendo il 90° giorno prima di comunicare la terribile diagnosi, rendendo in tal modo ancor più complessa e dolorosa la scelta dell’aborto.

Ma quel che è più grave, eludendo e violando la legge 194/1978.

Come è noto infatti, l’articolo 4 della legge 194/78 prevede che l’interruzione volontaria di gravidanza possa intervenire entro i primi novanta giorni (salvi i casi particolari, previsti dall’art. 6, che consentono l’aborto terapeutico anche oltre il 90° giorno).

L’attuazione della legge 194/1978 viene di fatto vanificata. In particolare per Emma e per tutte le donne che si trovano nella sua situazione in Italia. Infatti, come riporta al mondo CNN, nel suo caso vengono posti ostacoli insuperabili: sia perché è trascorso il termine previsto dalla legge, sia perché se, come nel caso di Emma, sei residente in una regione del sud Italia (ma nelle regioni del nord non è che le cose vadano molto meglio, come si vede dalla mappa sinottica dell’articolo CNN), risulta assai più difficile trovare un medico disposto ad attenersi alle prescrizioni poste dalla legge 194/1978. Con il risultato che questa legge diventa nella pratica ineffettiva e che viene nella sostanza cancellata la volontà popolare espressa con lo storico esito del referendum sulla libera scelta di procedere all’interruzione volontaria della gravidanza nelle ipotesi previste dalla legge.

Secondo la ginecologa intervistata dalla CNN i ginecologi italiani non entrano mai nei reparti dove sono praticati gli aborti durante il loro training – diversamente dagli altri stati europei – e per questo non vengono nemmeno messi in condizione di imparare a praticare l’aborto terapeutico.

Al di là di qualsiasi considerazione politica o etica, riteniamo che tale condotta istituzionale possa configurare violazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani, interessando nello specifico gli articoli 8, 3, e 14. (Tysiac c. Polonia, sentenza del 20 Marzo 2007, A. B. e C. c. Irlanda, sentenza del 16 Dicembre 2010, R.R. c. Polonia, sentenza del 26 Maggio 2011, P e S. c. Polonia, sentenza del 30 ottobre 2012).

Il nostro studio si mette a disposizione di quelle donne che sono vittima di questa paradossale situazione, che di fatto ostacola il libero e consapevole accesso all’aborto nei casi previsti dalla legge.

Valuteremo i vostri documenti e, nel corso di un eventuale successivo colloquio, vi diremo se ci sono gli estremi per un ricorso alla Corte di Strasburgo, tenendo sempre presente il breve termine di sei mesi a disposizione per adire la Corte EDU.